Una volta

Una volta
Oltre trecento fotografie scattate da Wim Wenders in un arco di tempo che va dagli anni '70 fino ai primi anni '90, accompagnate da sessanta piccole storie scritte per l'occasione dal celebre regista tedesco, tutte caratterizzate dell'incipit “una volta” che dà il titolo a questo particolare volume. Una sorta di diario di viaggio dei luoghi realmente vissuti dal regista che, alternando parola e immagine, oltre a svelare il pensiero del Wenders fotografo consente al lettore di ripercorrerne idealmente la carriera a partire dagli esordi, passando per il lungo soggiorno americano, per poi arrivare all'Australia di “Fino alla fine del mondo”. In appendice una lunga intervista al regista a cura di Leonetta Bentivoglio, storica firma del quotidiano La Repubblica...
Negli ultimi anni l'interesse per il lavoro fotografico di Wim Wenders è cresciuto in maniera esponenziale, quasi a voler compensare il minor interesse suscitato dalle sue ultime prove cinematografiche rispetto ai capolavori realizzati dal regista tedesco negli anni settanta e ottanta. Tuttavia se si vuole veramente scoprire il Wenders fotografo, tra le varie sue pubblicazioni “fotografiche” uscite nel corso degli anni Una volta resta sicuramente una tappa fondamentale. Un'idea partorita inizialmente dall'editore Fabrizio Pozzilli (fondatore delle Edizioni Socrates), il quale, dopo aver curiosato nel disordinato archivio fotografico del regista, lo convinse a riordinarlo per la pubblicazione di un libro che accompagnasse le fotografie con delle brevi storie legate al momento della loro creazione. Durante la scelta del materiale Wenders pensò ad un comune denominatore per tutte le storie raccontate, trovandolo nell'espressione “una volta”, che racchiude in se sia il concetto narrativo del “c'era una volta” che quello fotografico del “solo una volta”, ovvero dell'attimo immortalato al momento dello scatto della fotocamera. Con quest'opera Wenders conduce il lettore nel proprio mondo grazie ad una suggestiva serie di immagini che si sposano mirabilmente con il testo scritto. Al contempo, proprio per questa riuscita fusione, il regista tedesco non consente al lettore di stabilire se il proprio racconto sia derivato dal contesto in cui la foto è stata scattata, oppure se sia stato evocato “a posteriori” dalla foto stessa. Wenders infatti decide in corso d'opera, dopo essersi chiesto “perché mai una storia deve appartenere a una foto? “, di liberare la fotografia dalla schiavitù dell'essere legata a una determinata storia. Una sorta di dichiarazione d'intenti quindi, come si può leggere nell'illuminante – e ancora attualissima – intervista concessa alla Bentivoglio, molto affine alla poetica dell'immagine adottata dal regista in campo cinematografico, nella maggior parte dei casi legata a una sceneggiatura solo abbozzata, in grado di non porre freni all'inventiva dell'autore. Una volta è un libro esemplare, che tutti gli aspiranti fotografi (e registi) dovrebbero leggere e custodire gelosamente. L'unico rimpianto riguarda il fatto di essere stato pubblicato in un formato verticale, che, imponendo un ridimensionamento delle foto, non favorisce la migliore leggibilità.

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