Underground bazar

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Kami nella vita vuole essere un collezionista di esperienze. Missione non facile nell’Iran di Ahmadinejad. Decide di lasciare la provincia per nutrirsi della grande città di Teheran. Va a vivere dalla zia Zahra, ex diva del cinema censurata dal regime. La scopre una donna fragile, divorata dal desiderio di tornare sugli schermi. Spera in un ultimo applauso, ma non arriva. Allora indossa occhiali scuri e sopravvive. Non è sola. Nel microcosmo del condominio ci sono altre vite spezzate dalla dittatura. Così tutte le mattine intorno al tavolo si siedono accanto a lei Babak, giovane omosessuale dalla vita travagliata e la signora Safoureh, donna misteriosa, scettica e sprezzante, che dice di essere un giudice del regime precedente. Si vedono per lamentarsi, lamentarsi di qualsiasi cosa. Li aiuta a non sentirsi soli, si sfogano e si ribellano. Hanno fame di libertà. Ma per loro le illusioni sono morte. E allora Kami li riporta alla vita. Offre loro speranza, voglia di progettare soluzioni miracolose. Lo fa accendendo un computer. Evasione virtuale. Sganciati dalle ferree regole islamiche, navigano in mondi dai colori nuovi, sensuali, travolgenti. Ma Kami il mondo vuole toccarlo con mano, così distoglie lo sguardo dallo schermo e si addentra nella capitale. Non lo fa da solo, lo fa con Niloufar Khalidian, la principessa della libertà, il cui sogno è  gareggiare come pilota con gli uomini. È una femminista convinta, sprezzante del pericolo, desiderosa di rischiare, di valicare le barriere dei mollah.  E così trascina Kami nel mondo del “vietato”, tra feste notturne, droghe, alcool, sesso. La notte si accende uno Stato nello Stato. Ma Nilou sa che i mollah permettono questi incontri underground solo per evitare che i giovani scendano a manifestare nelle piazze. Li vogliono come vitelli drogati, finché non saranno troppo stanchi e cercheranno lavoro, metteranno su famiglia, e allora non saranno più un pericolo. “ Gli esseri umani si abituano a tutto – l’arbitrio, l’ingiustizia, la discriminazione – e sprofondano nell’apatia e nell’impotenza. Se la cavano con un’ingannevole vita privata. Questo si chiama vivere”. Ma Kami e Nilou si amano troppo per rinunciare alla vita e lotteranno con tutta la passione propria dei giovani per ciò in cui credono. Per la giustizia. Per la libertà…
Ron Leshem ci parla della vita vissuta e non subita. Non ha paura di addentrarsi nei turbamenti che la morte, l’oppressione come il peso della libertà portano all’animo umano. Toglie la maschera e ci mostra la realtà così com’è , bella e terribile. Un linguaggio crudo, sensuale, vibrante per descrivere il coraggio di chi, è appassionato, curioso, di chi vuole credere che esista una possibilità perché ama la vita. Non sceglie eroi ma semplici persone con la voglia di costruire promesse future, con l’obiettivo di far rinascere la speranza nello sguardo della gente.  Una chiara denuncia delle dittature e la prospettiva di un futuro costruito dai giovani, dalla tecnologia, dall’affermarsi dei diritti. “Anch’io ho il mio credo. Credo negli esseri umani, quelli che sono capaci di essere buoni e di decidere da soli. È una fede che permette di amare. Credo anche che si possano sempre migliorare le cose, è un credo che incita l’individuo a fare degli sforzi”.

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