Undici al 17

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Poco dopo le otto del mattino di un giorno qualunque. In un bar vicino al civico 17 di una via di Milano né di centro né di periferia, alcuni condomini si incrociano più o meno casualmente. Uno, con l’aria vissuta da sciupafemmine, da flaneur partenopeo in pantaloni rossi, camicia bianca e blazer, “getta uno sguardo falsamente distratto alle due signore che dopo aver accompagnato i figli a scuola bevono un cappuccino sedute al tavolo”. L’altro, Luigi lo scrittore (sta lavorando al suo quarto romanzo, anche se in realtà gli ultimi due sono stati rifiutati dall’editore), osserva il primo dallo sgabello davanti alla slot machine su cui staziona spesso e volentieri. Una delle due signore è la bionda del quarto piano, “stagionata ma ancora appetitosa”, casalinga sorridente e iperattiva, moglie di Landolfi, antiquario sull’orlo del fallimento e marito spento e silenzioso. Entra la portinaia Pina, “ignorante come una bestia, brutta come il peccato”, e attacca a parlare a mitraglia, come fa tutto il giorno del resto. Mentre il seduttore in pantaloni rossi spia le due donne di cui sopra da dietro le pagine del “Corriere” che finge di leggere, la portinaia inizia a parlare di politica con una rozzezza da brividi (ovviamente è leghista) e Luigi rimpiange di non avere “una vita operosa, una famiglia ordinata, retta da un ordine naturale e immutabile garantito da una donna all’antica”. Arriva l’avvocato Casanova, altro inquilino del quarto piano, e quando vede Pina va a sedersi dal lato opposto del bar: non si parlano da tre anni, da quando hanno litigato perché lui durante il trasloco aveva caricato due quadri nell’ascensore padronale. “È settembre, c’è un sole pallido e sbiadito. I milanesi sono al lavoro. I ritardatari del bar Bones se ne vanno, in ordine sparso”. Ognuno di loro torna alla sua vita. Intanto i baristi puliscono il banco e apparecchiano i tavoli per il pranzo…

Le storie d’amore sono tutte condannate nel migliore dei casi al chiaroscuro: Alfredo Tocchi non poteva non saperlo quando ha deciso – consciamente o meno, questo non importa – di puntare l’obiettivo su questo microcosmo milanese e utilizzarlo per raccontare la sua personalissima liaison con la città lombarda e i suoi abitanti. E infatti sotto la sua lente da entomologo sfilano personaggi controversi, tridimensionali, assai credibili, perfetti nella loro imperfezione: l’aspirante scrittore, il gagà indolente, il professore misantropo, il barista pugile, il geometra puttaniere, l’avvocato divorziato, la donna che vive solo per i suoi figli, la vedova anziana con la badante filippina, la portinaia razzista, l’ipnoterapeuta lesbica con la sua toy-girl brasiliana, il coiffeur Gian che in realtà è sardo e si chiama Giannino e altri ancora. I loro discorsi sono quelli che sentiamo intorno a noi ogni mattina, i loro pensieri sono i nostri, i loro amori sono i nostri, i loro matrimoni sono i nostri, i loro lavori sono i nostri, i loro sogni sono i nostri, i loro rimpianti sono i nostri. Figurine di un presepe profano, sguazzano tutti nel fango dei luoghi comuni ma soprattutto sono tutti affetti dalla malattia dei nostri tempi, l’infelicità, il veleno delle “mille possibilità non realizzatesi”, la difficoltà di connettere le rispettive solitudini di persone che come “trapezisti senza rete (…) provano a saltare insieme”. Nota a margine: quella dello scrittore è figura dai tratti palesemente autobiografici (si fa riferimento anche a una recensione apparsa su Mangialibri!) che Tocchi utilizza come megafono per le sue riflessioni amare per il panorama editoriale che finora l’ha colpevolmente snobbato. Finché l’autore si muove entro i confini di questo ricco “dramatis personae” è efficace, coinvolgente, commovente, divertente come un Balzac milanese. Quando cerca di trarre una morale dalla quotidianità che descrive – per esempio sui temi dell’immigrazione o dell’emarginazione – è più macchinoso, artefatto, perde in spontaneità ed efficacia. Assolutamente fuori luogo invece l’abuso di citazioni disseminate per il romanzo.



 

 

 

 
 
 
 

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