Un'educazione parigina

Un'educazione parigina
In Place de la Bastille a Parigi c’è un uomo. È seduto in un locale, l'Indiana Café, sorseggia un margarita e pensa a Keiko, all’anniversario della sua morte. Quell’uomo gestisce un sushi bar a Nizza e ora s’è fatto convincere da Yukio, il fidato cuoco del suo locale, ad aprirne uno anche a Parigi. Aspetta qualcuno. Aspetta Amélie. Amélie è la ragazza di Yukio, è giovane, bella e per mano lo conduce all’interno della chiatta che l’uomo ha ormeggiato lungo il canale. Si spoglia Amélie, sfilandosi il cappotto nero e mostrando all’uomo la sua biancheria intima… L’uomo in sella alla sua bici nera olandese è finalmente giunto a Parigi. Il viaggio dal sud della Francia è stato devastante e lungo, tanto che il suo aspetto ora è quello di un perfetto clochard locale. Capelli e barba arruffati, vestiti logori, odore nauseabondo. Eppure è testardamente arrivato alla sua meta. Sì, ma ora? Cercare Simone dopo vent’anni è come sperare di trovare il fatidico ago nel pagliaio. Da dove cominciare?, si chiede già tradendo l’iniziale euforia che lo ha assalito non appena messo piede a Parigi. Da dove ripartire?...
Due tranche de vie, segmenti di vite già vissute in altrettanti romanzi precedenti. Una chance che lo scrittore di Alba Roberto Saporito ha voluto regalare ai due fortunati personaggi protagonisti di quelle storie. Non hanno un nome ma due destini diametralmente opposti eppure inesorabilmente intrecciati. Perché la vita in fondo è una serie di strade non prese o imboccate per errore, un'inestricabile gioco di specchi dentro il quale ognuno di noi riverbera il proprio destino. Così i due Io narranti inseguono ognuno la sua chimera, ognuno il proprio sogno, tutti e due accomunati però dall’irresistibile e ineluttabile desiderio di fuga. In mezzo a loro Parigi - città feticcio per le storie di Saporito – e più in generale una Francia ancora affascinante e nostalgica come una nobildonna un po’ decaduta. Una Parigi piena di bistrò, caffè, quasi didascalica nella sua sciccosa e un po’ snob alterigia, pregna ancora del fascino retrò da Belle Époque, di alleniana/hemingwayana memoria. Le storie che racconta Saporito non hanno mai un inizio e una fine certa. Il lettore si deve sempre accontentare di accompagnare i personaggi per un tratto di strada, senza fare troppe domande, senza chiedersi troppo da dove i protagonisti vengano e sopratutto dove andranno. Una penna sempre lucida, dolce, carezzevole, capace di delineare in modo impeccabile personaggi dal carattere solitario, un po’ randagio, sempre in cerca di una via alternativa e intellettualmente più onesta per evadere della frenetica pochezza che il nulla cosmico del presente offre. E se questa via non c’è non resta che la fuga. Parafrasando Salvatores, i romanzi di Saporito sono quasi sempre dedicati a tutti coloro che stanno scappando.  

 

 

 

 
 
 
 
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