Uno di noi

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Che pacchia, che goduria. I quattro sono su di giri: dopo la partita di calcetto, hanno fatto quello che tutti sognavano di fare senza mai avere le palle per farlo. Sono entrati nella Storia, ora diranno tutti che sono degli eroi, uomini capaci di risolvere i problemi. Avranno molto da raccontare ai loro figli, e poi, in futuro, alle mogli dei loro figli, ai nipoti; hanno addirittura dei video a testimoniare le loro gesta. Le baracche sono bruciate, ben gli sta: il fumo ha invaso tutto, anche l’aeroporto; è nero, denso, e i vigili del fuoco hanno un bel da fare per mettere in sicurezza la zona. Ma non se ne poteva proprio più, è un’invasione bella e buona. Le mogli non possono più girare tranquillamente per le strade senza avere il timore di essere molestate; i mariti portano a casa una miseria dal lavoro mentre loro hanno case, cure, asili, tutto rigorosamente gratuito. Avanti quindi con le ruspe, il fuoco, il napalm: facciamo giustizia, riprendiamoci ciò che è nostro. Però, porca miseria...hanno mandato una bambina in ospedale, in coma! Dicono sia disabile, per questo non è potuta scappare dalle fiamme. E se fossero stati loro stessi ad appiccare il fuoco? Dopotutto è gente strana, senza scrupoli. Non battezza i figli. Lo meritavano, questo è sicuro. Ma perché allora non ci si sente meglio? Perché non si riesce a dormire, perché quella faccia scura, e tua moglie che continua a chiederti come stai? Sarà la neve a coprire il disastro, a cancellare le tracce: si può stare tranquilli a sorseggiare prosecco e sgranocchiare arachidi, tanto a nessuno importa veramente di fare luce sui responsabili del disastro...

Il male è banale, diceva Hannah Arendt. E mai come in questo caso, un’affermazione così autorevole trova il suo triste riscontro: quattro amici, quattro normali padri di famiglia appassionati di calcetto, alla fine della solita partitella settimanale, appiccano il fuoco ad una baraccopoli. Poi salgono in tram, ritornando alle loro case pensando di coccolare i figli e fare l’amore con la propria moglie. Tutto normale insomma, ci si è solo lasciati trasportare dall’euforia del momento. Prima gli italiani. Ci rubano il lavoro. Noi stiamo con le pezze al culo e loro se ne vanno in giro con i fuoristrada: i messaggi devianti, trasmessi a ripetizione da una branca piuttosto numerosa della popolazione, hanno dato i loro terribili frutti. La gente si arma, si fa giustizia da sola, in preda ad un delirio di onnipotenza. Ma quando l’eccitazione passa - perché passa - chi preserverà queste anime mediocri dalla morsa del senso di colpa? Perché a pagare il conto è una bambina disabile, in coma in un letto di ospedale: e ora, provate a dire a vostro figlio che lo avete fatto solo per lui, per la sua sicurezza. Dove è andato a finire dunque il valore della vita umana? Quello che sta al di sopra di qualunque opinione, risentimento e credo politico? Perché cadere nel vile tranello della guerra tra poveri, avallato da una politica che strumentalizza anziché risolvere con il solo intento di ottenere consensi? Uno di noi è un libro durissimo, una tragedia che il suo autore, il siracusano Daniele Zito, ci racconta nella forma universale della tragedia greca: pochi fatti, e un vortice impazzito di sentimenti si accavallano in appena centoventi pagine pregne di voci. Tutti vogliono dire la loro: le vittime, i carnefici, le persone in tram, il medico dell’ospedale, il prete, il commissario. E la bambina, che dentro al suo coma silenzioso, galleggia tra la vita e la morte assistendo inerme al dolore di coloro che la amano.



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