Uno sette

Uno sette

11 agosto 1985, Giappone, prefettura di Gunma, Takasaki, sede del “Kita Kanto Shinbun”. Sono passati cinque anni dalla morte di Mochizuki, e Yuki ancora non riesce a darsene pace: la morte del suo assistente continua a tormentarlo. Yuki ha quarant’anni, è il giornalista più anziano, dopo quell’avvenimento ha rassegnato le dimissioni informali: accettate, lo hanno reso un giornalista indipendente pur se all’interno della redazione. Questa situazione, ha deciso il nuovo direttore responsabile Kasuya, deve essere sanata, in quanto molti giovani starebbero pensando di seguire l’esempio del “lupo solitario”. Yuki, dal canto suo, non è propenso a venire incontro ai desideri del suo superiore e continua a rifiutare un qualsiasi avanzamento di carriera, il quale lo farebbe rientrare nei ranghi ufficiali del “Kita Kanto Shinbun”. L’occasione si presenta a Kasuya l’indomani, il 12 agosto: un aereo della JAL – Japanese Airlines – scompare dai radar, schiantandosi al confine tra la prefettura di Gunma e Nagano. Decide di affidare la copertura dell’intero evento a Yuki, che non si può dunque ritirare. Anzi, per di più è costretto ad annullare la scalata dello Tsuitate, pianificata da tempo con il suo collega Anzai, il quale tuttavia sembra essere scomparso…

Uno Sette è uno scritto crudo, senza troppi ricami, che si articola su molteplici direttrici. La prima, la più corposa, si concentra sulle dinamiche lavorative giapponesi – in particolar modo l’ambito qui trattato è quello giornalistico – e ne esplora ogni suo angolo (siamo negli anni Ottanta, il decennio del boom nipponico). Di fronte al più terribile disastro aereo della storia, subito due fazioni si creano: gli anziani (saliti al potere e venerati perché tempo addietro avevano coperto un avvenimento di simile portata) ed i giovani, che al potere aspirano, sperando di arrivarci prendendo questo disastro come scorciatoia. In mezzo a loro c’è Yuki – o un qualsiasi coordinatore – che deve farsi spazio tra queste due forze ma non solo: riferire ai superiori, litigare per l’impostazione del giornale, scegliere gli inviati, battibeccare con gli addetti alle vendite, massimizzare gli incassi scrivendo e speculando sulla morte di centinaia di persone, e infine tentare di reggere il confronto con le altre testate che coprono il servizio. Yuki è un giornalista, e Yokoyama – che aveva già affrontato il tema del lavoro in Sei Quattro – attraverso il suo personaggio, ci mostra una condizione universale, una realtà lavorativa che risucchia il tempo ad altri impegni. In tal modo, in secondo piano si trova anche lo spazio da dedicare alla famiglia – la direttrice numero due: un ambiente estraneo, dove c’è poco calore intimo, poca complicità, ed i figli non sono che ombre che appaiono sporadicamente. C’è infine la vita sociale, la montagna, la sua scalata, che rappresenta il topos dell’evasione – chiedere a Paolo Cognetti e al suo Le otto montagne per credere. Evasione per la quale non c’è tempo e deve essere rimandata alla pensione. Uno sette è un romanzo thriller perché Hideo Yokoyama ha voluto narrare la vita nuda e cruda. E la vita nuda e cruda è, a tutti gli effetti, un thriller.



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