Uno spazio minimo

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La Guerra è finita e in Sicilia, nel Sud isolano di città assolate risorte nel blu del mare, si sente l’eccitazione dei formidabili anni ‘50, quelli del boom economico e dei nuovi nati nel ritrovato benessere. Angelica è una delle bimbe di quell’epoca, che fiorisce in una famiglia agiata, insieme al fratello Germano, alla sorella Marianna, ai genitori e a un nugolo di zie e conoscenti. Non c’è alcun motivo per essere infelice, eppure a un tratto improvvisamente qualcosa accade. Angelica smette di parlare, soprattutto a scuola, quando deve essere interrogata. Il suo mutismo è inspiegabile, come certe bizzarrie nella scelta degli svaghi: una corda come amica e confidente, per esempio. Poi il tempo scorre e si comincia a comprendere la frattura. Angelica non si sente amata da mamma e papà. La prima è refrattaria alle sue richieste di aiuto e di attenzioni, il secondo costantemente impegnato nel lavoro. Sopraggiungono l’adolescenza e la voglia di scappare, l’alba dell’innamoramento... ed è fatta. Le età dell’incoscienza e quelle della ragione si rincorrono rapidamente. Angelica, la “diversa” di casa Alabiso, si sposa, studia, si laurea, intraprende la carriera dell’avvocatura, si separa da Donato e incomincia una relazione con Bernardo, con cui dopo innumerevoli e devastanti aborti riesce a partorire Pietro. L’inquietudine è il suo stato permanente, un nodo che le attorciglia il respiro e le impedisce di essere serena. Inevitabile il divorzio anche dal secondo compagno. Del suo malessere racconta allo psicologo da cui è in terapia. Dal suo malessere a un certo punto scaturisce, attraverso la focalizzazione di un’immagine, la causa delle cause: il terrore dell’ascensore e dell’uomo nero. Un’angoscia che, appena ragazzina, aveva tentato di confidare in un urlo disperato e vano alla madre, ostinatamente assente, ostinatamente altrove. Ma nella vita i conti tornano e le parole non dette hanno il peso di un macigno, talvolta. Altre si librano leggere come un’epifania, e pronunciate si fanno materia e senso, nella dimora di un porto sicuro…

Dell’esistenza e dell’incomunicabilità, della comunicabilità nel silenzio, narra questo bel romanzo di Rosalia Messina. La grande incognita delle relazioni all’interno del nucleo famigliare, il sentimento dell’abbandono, l’anaffettività che nasconde dolori latitanti, l’amore in bilico tra equilibri irrisolti, la maternità come aspirazione e ossessione, la malattia dell’anima e del corpo sono tra i temi dominanti del libro, come le antiche paure che abitano qualsiasi infanzia e che qui diventano sfacciatamente vere, fino ad arrestare il verbo. Già, il verbo, impronunciabile mentre gli alfabeti sono embrioni. Angelica è troppo piccola per superare quel bosco zeppo di insidie, da cui la mamma non la preserva, non la protegge, lasciandola preda dell’incuria e delle sue conseguenze. Crescere in solitudine è un’impresa ardua. Fare i genitori, in ogni caso, lo è in misura maggiore. Attraversare il mondo degli incontri che passano e che restano, un’avventura straordinaria, che non risparmia delusioni, incomprensioni, sconfitte, ma che ricompensa di inattesi momenti di gioia, di fortuna e di riscatto, nella consapevolezza. Ad Angelica succede così, come in fondo a tutti noi e di ciò l’autrice testimonia in una scrittura raffinata e ammaliante, prestando la sua voce ai protagonisti della storia, ai quali, uno a uno, concede la sacra virtù della parola, nella versione personalizzata dei fatti, nella narrazione del proprio punto di vista. Come in un gioco a specchi si ricompone allora la densa vicenda di Angelica e di quanti vi hanno preso parte, e si fa strada, pur senza sconti nè remissioni, il beneficio, magari l’attenuante, se non del dubbio, della complessità e della varietà della vita, nel suo minimo spazio.



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