Uomini in gabbia

Uomini in gabbia
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Amburgo è una città dove piove sempre. “Benvenuti a Grigionia!”, cantano i tizi del gruppo rap Beginner. “Casette di mattoni rossi, giardini di cemento, per ogni problema una soluzione alcolica.” E lo sa bene la procuratrice Chas Riley, che sempre più spesso si rifugia dentro a una selva di sigarette e bottiglie di birra. La sua “non casa” si trova al Blaue Nacht, dove ritrova gli amici Rocco e Carla e soprattutto Sberla, proprietario del locale, qualcosa di più di un amico e qualcosa di meno di un amore. Pioggia, dunque, e notte, e Chas che percorre una strada che punta al porto, fino a quando scorge qualcosa. Il corpo di una ciclista in mezzo alla strada. Investita e lasciata lì, agonizzante. Una visione pesante, in una notte durante la quale “nemmeno la luna ha una bella cera”. Il mattino successivo porta altre novità. Un uomo svenuto, con segni di tortura, viene ritrovato dentro una gabbia per animali davanti all’ingresso della Mohn & Wolf, noto gruppo editoriale tedesco. Si scoprirà presto che la vittima è il capo del personale e, poco tempo dopo, un altro dirigente farà la stessa fine: due gabbie con dentro due uomini seviziati e torturati. Chas, che partecipa alle indagini con un gruppo di lavoro di forze dell’ordine, segue dunque la pista della vendetta di qualche dipendente licenziato. Ma c’è un altro dettaglio che accomuna le vittime. Entrambi, da ragazzi, hanno frequentato la stessa scuola e abitato la stessa camera di un collegio, in un paesino della Baviera. Loro compagno di stanza, un altro dirigente del gruppo editoriale che, durante le indagini, scompare misteriosamente dalla sua casa. Il viaggio in Baviera mostra a Chas un luogo che sembra dimenticato da Dio. Case con tapparelle sprangate, diffidenza, i muri di una scuola dove ancora risuona l’eco delle angherie di tre ragazzi violenti, oggi vittime, contro un quarto compagno di stanza di cui nessuno però ricorda il nome, ma solo il buffo e vergognoso soprannome: il Gatto di Schmidt…

A fare compagnia a Chas ci sono i gabbiani, forse l’unica cosa buona di una città ostile, violenta e dai colori freddi, nella quale “i ragazzoni lentigginosi e spudoratamente biondi li producono in serie”. I gabbiani la rendono felice, volando sopra di lei fanno gruppo, e trasformano un percorso poco piacevole in una passeggiata. Ma non sempre la loro presenza basta e, quando accade, c’è l’alcol ad aiutarla dentro un bicchiere pieno e, come cannuccia, una sigaretta. In più, le vittime di questo caso non sono individui deboli, bisognosi e sottomessi a qualche arrogante. Sin da ragazzini, sono stati i carnefici e non sembrano aver cambiato di molto la loro mentalità. Perciò non c’è soddisfazione né serenità nell’arrivare passo dopo passo alla verità. E non c’è luogo ad Amburgo dove Chas possa trovare rifugio. Neanche da Sberla, che sempre più spesso sente distante. Ma è un sentimento reciproco. Tutto questo, in estrema sintesi, il quadro di Uomini in gabbia, terza indagine per la procuratrice tedesca che non le manda certo a dire, non va per il sottile e che, alle occhiate oblique rivolte alla sua bella chioma da pubblicità, sbuffa seccata. Simone Buchholz, quarantasettenne di Amburgo, un marito italiano e un figlio, ci porta a visitare una città spigolosa, per niente ospitale, dove i colori o non ci sono o sono slavati. Dimenticatevi le buone maniere, la grazia femminile. Dimenticatevi che a raccontarvi la storia è una donna dall’aspetto fine e dimenticatevi che Chas Riley è anch’essa una piacente signora di mezza età. Qui tutto è brusco, è violento, è senza pietà. Ma ricordatevi anche che tutto torna, che niente si dimentica. Mettetevi comodi, sempre che leggendo queste pagine ci riusciate, è lasciate che Chas vi conduca in posti dove non vorreste andare ma nei quali, grazie a lei, ci starete volentieri.

LEGGI LINTERVISTA A SIMONE BUCHHOLZ



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