Uscire dal caos

C’è un filo rosso – anzi nero come il petrolio e i vessilli dello Stato Islamico – che lega il mezzo secolo che va dalla guerra del Kippur-Ramadan del 1973 all’ascesa del jihadismo apocalittico come lo abbiamo conosciuto in questi ultimi anni. Durante quella guerra di quasi cinquant’anni fa, l’Arabia Saudita e gli altri paesi produttori decisero un aumento arbitrario del 70% del prezzo del petrolio, finché Israele non avesse lasciato parte delle terre occupate. Quest’uso strumentale della rendita petrolifera diventerà il veicolo della diffusione di una concezione fortemente conservatrice e intransigente dell’Islam: il wahabismo. Proprio il 1973 segna la rottura dell’élite politica mediorientale postcoloniale, quella incarnata su tutti da Gamal Abd el-Nasser (ma anche dal Baath e dall’OLP) e caratterizzata da strenuo laicismo, socialismo e soprattutto da una feroce repressione dei movimenti conservatori dell’islam politico, specialmente dei Fratelli Musulmani. La scomparsa di questa classe politica lascia campo libero all’Arabia Saudita di fare proselitismo di segno wahabita, in contrasto al diffondersi dell’ideologia socialista nel mondo arabo. L’anno cardine è il 1979, durante il quale succedono principalmente due cose: la Rivoluzione iraniana, nel segno di una forte islamizzazione in senso sciita della politica, e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, che innesca il jihad finanziato dai dollari della rendita petrolifera sunnita e organizzato dalla CIA in funzione anti-sovietica. Dieci anni più tardi, 1989, l’Unione Sovietica si ritira dall’Afghanistan e poco tempo dopo crolla definitivamente. Il vuoto lasciato dal crollo dell’USSR fa sì che i vecchi alleati, jihadisti sunniti e USA, si rivoltino l’uno contro l’altro. È la fine dello scontro fra Est e Ovest, fra capitalismo e comunismo, e l’inizio dello “scontro di civiltà” come lo avrebbe chiamato Huntington. Durante gli anni ’90 sono principalmente tre i fronti di questo scontro: Algeria, Egitto e Bosnia. Sono gli anni in cui prolifera e si organizza l’internazionale jihadista di Osama bin Laden, Al Qaida. Dalla sconfitta di questi tre fronti, i teorici del salafismo jihadista usciranno con una nuova convinzione: lo scontro non deve solo colpire il nemico vicino (i regimi asserviti agli infedeli), ma deve essere portato al cuore del nemico lontano (l’Occidente). Si arriva così all’evento che segna inequivocabilmente l’inizio del nuovo millennio: l’attacco al World Trade Center del 9/11/2001. Quell’evento fa sì che i “neocon” americani, ispirati dalle teorie della fine delle Storia di Fukuyama, mettano in pratica i loro piani volti a ridisegnare il Medioriente esportandovi la democrazia liberale: nel 2003 gli USA invadono l’Iraq e destituiscono Saddam Hussein. Un piano fallimentare che di fatto consegnerà l’Iraq al caos settario – preludio degli scontri confessionali del decennio successivo -, nonché spingerlo sotto il controllo del nemico giurato dell’America e dei conservatori: l’Iran. Arriviamo così all’altra data chiave di questo cinquantennio (e di questo libro): il 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe. All’interno di queste possiamo distinguere almeno due modelli: quello verificatosi in Tunisia, Egitto e Libia, che di fatto ha portato alla caduta del despota e innescato processi democratici (in Tunisia), repressivi (in Egitto) e barbaramente caotici (in Libia). Questi tre paesi non sono attraversati dallo scontro confessionale fra sciiti e sunniti, ma risentono del conflitto per l’egemonia all’interno dell’asse sunnita con da una parte Turchia e Qatar (sostenitori dei Fratelli Musulmani) e dall’altra Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Il secondo modello di primavera araba invece lo riscontriamo in Bahrein, Yemen e soprattutto Siria. Questi paesi sono percorsi da profonde divisioni settarie e diventano teatri di uno scontro regionale (Iran-Arabia Saudita), che non è altro che il riflesso di uno scontro più ampio (USA-Russia). La Siria soprattutto sarà il territorio dilaniato dalle logiche di interessi più ampi, una guerra combattuta da proxy di tutte le potenze coinvolte e pagata caramente dai civili siriani: circa mezzo milione di morti, 10 milioni di sfollati e una massiccia e diffusa distruzione materiale. È appunto a cavallo fra Siria e Iraq che si manifesta quella forma contemporanea di jihadismo incarnata dall’ISIS o Stato Islamico. Una realtà che inglobando e superando la lezione di Al Qaida, mescola dominio territoriale, messaggio apocalittico, spettacolarizzazione del jihad e uno spietato uso della violenza sia contro gli “eretici” sciiti, sia contro i “kuffar”, i miscredenti. Nella sua dimensione territoriale l’ISIS è stato sconfitto del tutto nel 2018. Ma questo non vuol dire che il suo messaggio fondamentalista sia stato cancellato. La sua esistenza ha le sue ragioni nella catena di eventi che risale al 1973. I fatti succedutisi dal 2011 in poi stanno dando vita a un profondo riassetto degli schieramenti in Medio Oriente, che coinvolge direttamente anche l’Europa e quindi l’Italia. Capire le radici storiche dei problemi attuali è l’unica maniera per “uscire dal caos”…

Non è facile riassumere in poche battute questo densissimo manuale firmato da Gilles Kepel. Il libro si muove seguendo un ragionamento affilato, che mette in coerenza fatti che vanno dal 1973 al 2019, in una regione che va dall’Algeria all’Afghanistan e che per questi cinquant’anni è stata interessata da profondi conflitti e sconvolgimenti. I quali ci riguardano da molto vicino. Il libro è diviso in tre parti. La prima parte traccia le linee evolutive del jihadismo contemporaneo, la seconda analizza nel profondo, paese per paese, le traiettorie delle primavere arabe (con un’attenzione maggiore dedicata alla Siria), la terza infine ragiona sugli sviluppi futuri. Gilles Kepel (classe 1955) è un’autorità nel suo campo e si avvale di una conoscenza diretta, approfondita e testata, che va a sostenere un ragionamento lineare, consequenziale e, al netto dell’abbondanza dei dettagli, chiarissimo. Questo libro può essere un manuale universitario per un corso di Storia contemporanea dei Paesi Islamici, può essere lo strumento ideale per chiarirvi le idee sul complesso succedersi di eventi mediorientali dal 2011 in poi, può essere lo strumento ideale per capire le scaturigini di quel terrorismo islamista che ha seminato il panico in Europa tra il 2015 e il 2017. Sicuramente una pietra miliare del settore, libro che può far discutere gli addetti ai lavori, ma senz’altro ottimo esempio di saggistica di qualità: ricchissimo di informazioni e fruibile.

 


 

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