Vanagloria

Paneròpoli, inizio del XXI secolo. Un docente universitario di letteratura americana, una correttrice di bozze, un preside di facoltà, un ordinario di Letteratura francese, un antiquario, un bancario, le loro famiglie e tanti altri vivono ogni giorno la soffocante cappa di una città che ha perso il suo smalto, la propria indole e che sembra proprio come i suoi protagonisti il retaggio stantio di un mondo che non esiste più. Uomini di mezz’età alla ricerca dell’ultimo attimo di gloria, di un successo che li ha resi celebri in un momento di opulenza, di forza e ricchezza. Ora sembrano tutti persi, sconfitti dal peso di loro stessi e di quello che credono ancora di essere…
Paneròpoli è ovviamente Milano. Così l’aveva soprannominata Ugo Foscolo ai suoi tempi, una città ricca di insidie, meschina e superficiale, ma dalle numerose e complesse storie che si intrecciano come una coperta all’uncinetto dove ogni maglia è identica alle altre, ma ogni giro del tessuto sembra diverso. Non sembra cambiata dopo quasi due secoli. È stavolta Hans Tuzzi a riproporne un nuovo sguardo, dopo i polizieschi del commissario Melis (anch’essi pubblicati da Bollati Boringhieri). Il ritratto della città in questo caso non è meno cupo e drammatico dei casi che il suo protagonista più noto deve risolvere. Vanagloria non è in questo caso un romanzo di genere, ma è come se lo fosse, per come tiene desta l’attenzione del lettore, per come struttura il senso della suspense. Il ritmo narrativo concede una grande forza ai personaggi, la coralità definisce la forma del romanzo nel quale tutti si alternano con armonia, ma la grande raffinatezza di Tuzzi consiste nella descrizione degli ambienti ai quali fa riferimento. È lo sfondo di quel mondo velleitario e intellettuale a uscirne a pezzi, ma con grande consapevolezza e precisione filologica. Perché Tuzzi, figura del mondo intellettuale piuttosto poliedrica, capace di passare dalla stesura di gialli a saggi di bibliofilia a libri di viaggio fino al crossover del romanzo biografico (recentemente uscito per Skira un lungo racconto sugli ultimi giorni di vita a Roma di J. P. Morgan, Morte di un magnate americano), quell’ambiente lo conosce molto bene. Ma Vanagloria racconta anche storie di famiglia, conflitti generazionali, laddove il mondo sembra cambiato definitivamente, dove le baronie intellettuali sembrano diventate qualcosa di obsoleto e che deve essere superato nonostante queste si abbarbichino al passato, sia nella loro forma culturale che economica. Ma tutto questo non è più possibile e Paneròpoli diventa in questo caso lo sfondo di un film noir dell’animo umano (per certi versi il libro è molto cinematografico) eternamente in conflitto con se stesso, che deve fare i conti con il passato e il presente. Tuzzi propone però una struttura dagli elementi grotteschi, comici, ironici, drammatici: una mistura narrativa indovinatissima capace di mettere in scena una commedia umana à la Balzac fatta delle sue contraddizioni e delle sue infinite sfumature, non senza un contorno a tratti persino bucolico e dei dialoghi perfetti. In questo modo, Vanagloria sembra non voler prendere una sua forma o una sua direzione, in realtà mette in scena tutti questi meccanismi al solo scopo di analizzare con ferocia e dolcezza il nostro tempo. Con tutta l’eleganza di un bibliofilo che scrive dei gialli eccezionali.

 

 

 

 
 
 
 
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