Vangelo o Vangile

Vangelo o Vangile

È inverno, è notte, sono per l’esattezza le tre e un quarto. Gli telefonano dall’ospedale, risponde al primo squillo. Una voce lo chiama dottore, gli dice che deve venire per l’esame urgente di un liquor – ossia il fluido cefalorachidiano cerebrospinale, il liquido incolore che avvolge il sistema nervoso centrale –, una richiesta che viene dal pronto soccorso. È assonnato. È sconfortato. Scende dal letto. Accende solo la luce del bagno. Non vuole svegliare moglie e figli. Si veste in fretta. Esce di casa in punta di piedi. Non fa rumore. Accosta il portone delicatamente. La città è immersa nel silenzio più totale. Il tragitto fino all’ospedale è breve. Lui è solo. Si precipita. È un biologo vagabondo. La notte è stellata, e fredda. Arriva nel nosocomio. Entra in laboratorio. Accende la luce. Spalanca la cassetta portaurgenze. Non c’è ancora nulla. L’operatore non ha depositato le provette. Nel frattempo indossa il camice. Controlla sul terminale chi sia il paziente. Si tratta di un bambino. Di otto anni. Dati i sintomi che presenta, potrebbe essere meningite. Si accomoda su una sedia. Non riesce a dormire. È infreddolito e stanco. I minuti passano. Le provette non arrivano. Mugugna per l’attesa. Si abbandona ai suoi pensieri. E torna con la mente a quarant’anni prima. A centinaia di immagini in bianco e nero, scattate negli anni Sessanta dai compagni di scuola a Villa Baratoff e fattegli recapitare in DVD da un altro di coloro che con lui ha condiviso quell’esperienza. Quella del seminario…

Per un ragazzo di provincia, per non dire di paese, o meglio di campagna, mezzo secolo fa, al tempo del Boom (che però non dappertutto è arrivato), non c’erano molte alternative, soprattutto se, com’è evidente, non si proveniva da una famiglia particolarmente abbiente. Fatto salvo l’arruolamento nelle forze dell’ordine, che garantiva senza troppe difficoltà un posto fisso, infatti il più delle volte toccava mettersi a lavorare la terra. Darsi da fare. Lavorare. Presto. Subito. Sempre. Per avere di che vivere. Di che mangiare. Per aiutare la famiglia. Se si voleva studiare, la sola possibilità certa e non dispendiosa, anzi, anch’essa in un certo qual senso lungimirante, era, o per lo meno sembrava, il seminario. O il vangile, dunque, ossia l’asta metallica che viene detta anche staffa o staffale e che si trova fissata lateralmente sul manico della vanga, quella barra sulla quale il lavoratore fa forza col piede per far penetrare la lama nella terra, o il vangelo: due parole simili, due destini molto diversi. E il destino di Luciano Latini, nato sessantasette anni fa a Monterado, nell’anconetano, e che con queste due parole gioca, sembrava segnato: ma invece dopo il diploma di perito chimico e un percorso piuttosto tortuoso che lo ha portato alla laurea è stato per anni, sino alla pensione, biologo ospedaliero. Ora si dedica a molti interessi, fra i quali la letteratura, e prendendo le mosse dalla sua storia, con una prosa semplice, chiara, empatica, vivida e fluida realizza in realtà, anche attraverso delle belle immagini, usate pure per la copertina, un romanzo di formazione e insieme un affresco di ampio respiro che tratteggia la società e l’Italia e la sua evoluzione e affronta moltissimi temi, come l’amicizia, la fiducia, la forza, la debolezza, l’emigrazione.



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