Vango

Vango
Sdraiato sul sagrato di Notre-Dame de Paris, Vango Romano sta aspettando di essere ordinato sacerdote insieme ad altri seminaristi – quaranta in tutto – che innevano il suolo con le loro vesti bianche. Due occhi verdi dietro una veletta non lo abbandonano un solo istante. La scena si anima all’improvviso quando la polizia irrompe fendendo la folla. Stanno cercando proprio lui. Vango si alza e comincia ad arrampicarsi sulle statue che ricamano la facciata della cattedrale, guizzante come una lucertola. In un attimo è in cima, sembra nuotare in verticale. Poi una pallottola taglia l’aria, ma non sono stati gli agenti a sparare. Chi è allora a volerlo morto? Vango si aspettava da un pezzo che succedesse. Da cinque anni sentiva che lo spiavano, anche se non sapeva perché. Neppure di se stesso sapeva molto. Era cresciuto in una delle isole Eolie, sbattuto lì da una tempesta insieme a Mademoiselle, la sua bambinaia. Un’esistenza selvaggia, nutrita di libertà e solitudine, passata a scalare falesie senza neppure aiutarsi con i piedi, a cantare ninnenanne agli scarabei, a dar da mangiare ai falchi che scendevano in picchiata per afferrare il cibo dalle sue mani. Del suo passato gli era rimasto solo un fazzoletto su cui erano ricamati la sua iniziale e il motto “combien de royaumes nous ignorent”. Spinto dalle bizzarrie del destino, appena adolescente aveva iniziato a vagabondare per il mondo, intessendo legami che non si erano sciolti col trascorrere del tempo: quello con padre Zefiro, monaco di un monastero fantasma ad Alicudi, quello con Hugo Eckener, che gli aveva fatto traversare i cieli sul suo Graf Zeppelin. E quello con la bella Ethel, che lo aveva ancora nel cuore... 
Fra i nemici che braccano Vango uno almeno ha un nome e un volto: è Iosif Stalin. Segno che questo diciannovenne sbucato dal nulla rappresenta una minaccia per l’Unione Sovietica (siamo nel 1934, con la Germania sotto il giogo nazista e la Russia sotto quello comunista). Non è però in questo primo volume della saga che scopriremo chi sia in realtà Vango (anche se il suo cognome, Romano, sembra suggerire una traccia). Timothée de Fombelle ci trasporta dalle asperità insulari del mediterraneo alle svettanti geometrie dell’Empire State Building in una vicenda travolgente che ha come scenario il periodo racchiuso fra la fine della Grande Guerra e i presagi del secondo conflitto mondiale. La scrittura brillante e colorita d’ironia, lo sviluppo cinematografico, i flash back e i continui cambi di scena, cesellano un intreccio appassionante e romantico, animato di personaggi memorabili. Chi resta in controluce è il protagonista, questo Vango di cui, in 400 pagine, scopriamo poco o niente. A definirlo sono piuttosto le persone che lo amano e lo proteggono: la dolce Mademoiselle che cucina manicaretti di fata, padre Zefiro costretto da cause di forza maggiore a cancellarsi dalla faccia della terra, il capitano Eckener che per volare deve vincere non solo la forza di gravità ma anche la stupidità della Gestapo, ed Ethel, così audace, indipendente e tenace. Ognuno di loro, con il proprio affetto e i propri frammenti di ricordi, contribuisce a dare spessore a questa sfuggente e garbata figura di giovane eroe in fuga, che porta sulle fragili spalle il peso di origini misteriose, piene di domande senza risposta. Timothée de Fombelle intesse storia e fantasia in un racconto d’avventura dal respiro epico, a cui sta stretta l’etichetta di libro per ragazzi. Un romanzo fresco, poetico, sorprendente, che “lascia dentro qualcosa”, come era negli auspici del suo autore.
 

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