Varney il vampiro – All’ombra del Vesuvio

Varney il vampiro – All’ombra del Vesuvio
Neanche nei suoi sogni più rosei Mrs Meredith, costretta dalla vedovanza e dalla ristrettezza di mezzi ad affittare alcune camere della sua dimora, aveva mai sperato di trovare un inquilino come il colonnello Deverill. L’anziano gentiluomo, appena rientrato dall’India, è ricco, solo, senza amici, desideroso di un focolare domestico e bisognoso di attenzioni (meglio se femminili). Aggiungiamo che Mrs Meredith ha un’avvenente figlia, Margaret, che non si tirerebbe indietro di fronte all’opportunità di un matrimonio vantaggioso, e il gioco è fatto. Lo zoppicante Deverill si installa presso le due donne, che gli svolazzano intorno piene di premure. Proprio la prima notte, però, uno spiacevole incidente disturba il suo riposo. Nella casa vicina uno sconosciuto, introdottosi di soppiatto nella stanza della giovane Clara, prende a succhiarle il sangue dal braccio. Le urla della ragazza scatenano un pandemonio e tutti si precipitano a caccia del mostro, strappando dal letto anche il colonnello. Comunque l’inseguimento non porta a nulla e ogni cosa torna alla normalità con gran sollievo delle Meredith, preoccupate di perdere quel bel pollo da spennare. Dopo un rapido corteggiamento pilotato abilmente da Margaret, il colonnello si dichiara e arriva il giorno della cerimonia. Ma quale non è la sorpresa della futura sposa quando fra gli invitati compare anche un tale ammiraglio Bell, che in una sequela di improperi marinareschi sputa fuori la terribile verità: quello che sta per convolare a nozze e che si fa chiamare Deverill, non è altri che Varney, Varney il vampiro... 
Con la sarabanda di avventure di All’ombra del Vesuvio termina la saga di Varney. Il format viene ripetuto ad libitum (morso alla fanciulla di turno, fuga del vampiro, ricomparsa sotto un’altra identità, nuovo smascheramento), un po’ come nelle più longeve soap opera, ma il divertimento non ne risente. La destinazione di questo feuilleton era chiaramente popolare e la scrittura non poteva che adeguarsi ai gusti di un pubblico appena dirozzato ai piaceri della lettura: le frasi sono concise, il lessico relativamente semplice, i periodi poco elaborati e con abbondanza di “a capo”. Sì, perché i penny-a-liner, gli oscuri autori dei romanzi a fascicoli, venivano pagati un tanto a riga, chiarisce Mauro Boselli nell’introduzione. Quindi, più erano le righe, più saliva il loro guadagno. Paradossalmente, quelle che all’epoca erano le caratteristiche di una letteratura di serie B, hanno contribuito a creare uno stile innovativo e moderno. Altrettanto moderno nelle sue sfaccettature è il personaggio di Varney. Dopo che dall’Inghilterra l’azione si sposta in Italia, in omaggio al più classico degli itinerari ottocenteschi, a Napoli, nel ribollire del vulcano partenopeo, il non morto pone fine ai suoi giorni. L’epilogo tragico conclude i tanti momenti in cui aveva mostrato angoscia per la sua condizione vampiresca, punizione per un atroce delitto commesso in passato. Perennemente in bilico fra la crudeltà impostagli dalla sua natura e la ripugnanza per l’immortalità sanguinaria a cui è condannato, Varney giganteggia in ogni capitolo con il suo trasformismo e la sua infelicità. Solo l’amore di una vergine potrebbe evitargli, almeno per una stagione, il perpetuo ritorno a quell’esistenza scellerata di cui non riesce a liberarsi. Ma così non avviene, nonostante sia stato più volte prossimo all’altare. E la sua disperazione finisce degnamente con una teatrale uscita di scena, suggellata dalle amare parole con cui si congeda dall’unico testimone del suo suicidio: “Direte di aver accompagnato Varney il vampiro fino al cratere del Vesuvio e che, stanco e disgustato di una vita di orrori, egli vi si è gettato dentro per impedire qualsiasi resurrezione dei suoi resti”. Anche i vampiri piangono.

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