Vegan

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Essere o non essere vegani è l’interrogativo davanti ad una scelta che appare frustrante, faticosa e addirittura ghettizzante. C’è grande confusione riguardo ad uno stile di vita in cui il cibo è solamente una minima parte della questione. Eppure, in Italia, secondo i dati Eurispes del 2018, l’1% della popolazione è vegana, il 7,1% includendo i vegetariani. Una fetta non grandissima di popolazione, ma in ogni caso una percentuale da non ignorare. In tempi recentissimi (sì, perché il principio è vecchio, se è vero che Leonardo Da Vinci sosteneva che non si può fare del proprio stomaco un cimitero) l’essere vegano è diventato un orientamento allo stesso tempo radical chic e trend setter per lo show business; trasversale alle correnti new age e all’ultimo capriccio delle star così maniacalmente attente al loro fisico prima che alla loro salute. Insomma, sembra più una moda piuttosto che una scelta alla cui base c’è la considerazione di vivere, come esseri umani, un enorme privilegio di cui troppo spesso ci si dimentica: quello di non essere mangiati da nessuno. Dichiararsi vegani, però, non è la stessa cosa che esserlo ed essere vegani non può considerarsi solo un fenomeno di costume. La questione, infatti, prima che sociale, politica, alimentare, è ‒ infatti ‒ di natura filosofica, cioè ha a che fare con le ragioni profonde che sottendono la scelta: “Si è vegani non per soddisfare un proprio bisogno, ma un bisogno altrui. Non si chiama in causa l’etica per dare soddisfazione ai consumatori, ma per eliminare il dolore dei consumati. Per capire fino in fondo la questione è necessario passare da qui, dall’idea che una cosa possa essere sensata anche quando non è utile, anzi, persino difficile e a tratti ghettizzante”. Si tratta di arrivare a non accettare alcuna forma di violenza, sofferenza e sfruttamento degli animali solo perché nella scala specista sono collocati più in basso rispetto all’uomo e quindi necessari al suo sostentamento, qualsiasi declinazione esso abbia. Non c’è alternativa, allora, al diventare tutti vegani. È solo questione di tempo e coscientizzazione, un processo lungo in cui prima di tutto è necessario smantellare il pregiudizio esterno e un deficit di comunicazione interno allo stesso movimento vegano, elementi che si contrappongono e generano disinformazione, irrigidimento e derive radicali da un lato e dall’altro; è un processo in cui giocano un ruolo determinante non le crociate stigmatizzanti altre abitudini, ma l’apertura al il dialogo, l’affermazione pacata non delle proprie ragioni, ma delle ragioni degli animali; è un processo nel quale insegnare ed imparare che essere vegano non è guardare alla purezza della propria dieta, ma al bene, che è il fine della propria azione…

“Ciò che prima chiamavo cibo, per gli animali era la fine del mondo”. Con queste parole secche il saggio si apre sulle ragioni e le criticità di una scelta così radicale e ancora oggi tanto controversa. Vegano da molto tempo, Caffo nelle primissime pagine ci racconta quando e in che circostanze è avvenuta la sua conversione. Certo, quello che scrive è un manifesto di parte, ma non aspettatevi quel tipo di compiacimento auto-assolutorio che giustifica ogni cosa propria di un orientamento o una ideologia. Qui c’è una analisi pacata sulle potenzialità, la portata rivoluzionaria, il valore storico e una critica acuta alle derive oltranziste e fanatiche del veganismo, quelle che tolgono serietà, rigore e consapevolezza ad un progetto. Si destrutturano i luoghi comuni, si inquadra il veganismo nella filosofia e nella storia e si fa chiarezza su quelle che sono le sue radici e l’attualità. Caffo ci esorta a trovare la giustezza di questa scelta non nell’azione compiuta per affermarla, ma nella ragione alla base dell’azione compiuta per affermarla. C’è in questo un richiamo alle radici: all’antispecismo, per cui non basta appartenere ad una specie diversa da quella umana per non godere dei suoi stessi diritti e al principio per cui si deve arrivare all’eliminazione di ogni violenza non necessaria su forme di vita animale destinate per tradizione a vari usi e consumi umani. C’è anche un richiamo alla necessità del dialogo, alla capacità di ascolto di posizioni altre, all’apertura, al fare del veganismo non uno sterile atto pietistico verso gli animali, ma quella virata decisiva verso il cambiamento sull’asse dei consumi che comprende cibo, abbigliamento, cosmesi e tutte quelle pratiche ed esigenze dell’essere umano che, dall’alto del suo privilegio di specie inattaccabile, ha avuto l’arroganza, la pretesa e l’impunità di trasformare “qualcuno” ‒ gli animali ‒ in “qualcosa” (una fiorentina, una pelliccia, una crema per il corpo, un paio di scarpe). Non solo, poiché essere vegani non è solo una scelta etica, ma anche politica, è notevole che abbia dato spazio ad approfondire e ribadire i contenuti del documentario di Kip Andersen del 2014, Cowspiracy: the Sustainability Secret, in cui si svela la grande ipocrisia e il grande inganno delle più grosse, lucrose e famose associazioni ambientaliste che nella promozione della loro mission ignorano deliberatamente il dato drammatico per il quale niente distrugge il pianeta con la velocità e la precisione degli allevamenti intensivi nei quali sono necessari 15.000 litri di acqua per produrre solamente un chilo di carne rossa. Etica, estetica e militanza, dunque. Caffo afferma che “Queste pagine parlano di coloro che decidono di fare della loro alimentazione un gesto di simbolismo continuo”, che non sta nella rivendicazione costante, ma nell’atto di vivere una vita non violenta con gentilezza e compassione. “Se siete vegani, basta con l’odio nei confronti di chi ancora non è vegano. Conta soltanto mettersi in ascolto delle voci degli animali. Se invece non siete vegani, basta con i pregiudizi: provate ad accogliere le ragioni delle persone che si sono poste in ascolto di queste voci. L’unica colpa, imperdonabile, è fingersi sordi”.



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