Vendetta!

Vendetta!
Ha visto la morte in faccia il conte Fabio Romani. Il colera che imperversa a Napoli lo ha colpito immergendolo in un’oscurità infestata di incubi. Riemergere alla coscienza è un risalire dagli abissi più profondi. Ma cos’è quel luogo angusto in cui si trova? Perché alzando le braccia incontra una superficie che lo opprime? Perché gli sta mancando l’aria? La verità squarcia le tenebre con un lampo di orrore: lo hanno sepolto vivo. Mentre il panico gli stringe la gola, graffia e percuote con le unghie e con le mani la scatola in cui lo hanno intrappolato. Ha fortuna. In quel tempo di epidemia le bare sono fatte alla buona con legni sottili e finalmente le assi cedono. Non è sottoterra, lo hanno messo nella cripta di famiglia e, accanto al sepolcro da cui è evaso, Fabio scopre un enorme feretro pieno di soldi e gioielli. Di certo appartengono al bandito Carmelo Neri che ha scelto quel nascondiglio per il suo bottino. Adesso è tutto suo. Prima però deve uscire di lì, tornare da Nina, la moglie bellissima e adorata, dalla loro bambina Stella e dall’amico Guido al quale ha aperto fraternamente la sua casa. Arrivato nel giardino della villa un suono lo fa arrestare di colpo. Non è il pianto di una vedova inconsolabile, è una risata argentina che gli è ben nota. Tenendosi nell’ombra scorge Nina al braccio di Guido, la sente felicitarsi con lui della scomparsa tanto opportuna del marito, la osserva con l’anima in briciole mentre si lascia baciare, ancora e ancora. Quella non è la prima volta, la tresca era iniziata molto prima. Quando si volta per andarsene, Fabio ha un solo pensiero in mente: farla pagare ai due traditori. Non con un gesto rapido e violento, ma con un piano raffinato che faccia soffrire le pene dell’inferno a quell’infingarda e al suo amante. I capelli imbiancatisi di colpo per lo choc subito nella tomba con l’aggiunta di un paio di occhiali scuri lo aiutano a cambiare identità. Il tesoro del brigante gli dà la larghezza di mezzi indispensabile per agire. Così il giovane, ingenuo ed espansivo Fabio Romani si trasforma nell’anziano, disincantato e algido conte Cesare Oliva. Sotto quelle spoglie può dare inizio alla sua vendetta e assaporarla fino all’ultima goccia, lentamente, come un calice di vino e fiele...
Nel 2007 il Festival di Berlino si tingeva di mélo con lo sfolgorante “Angel” di François Ozon. Era la storia dell’autrice più in voga della letteratura popolare nell’Inghilterra di inizio Novecento, ispirata alla biografia di Marie Corelli. Un omaggio che non poteva essere più indovinato a questa scrittrice stravagante, divorata dalla voglia di affermarsi, sopra le righe nelle opere come nella vita, letta avidamente dai proletari come dalle teste coronate – fra i suoi estimatori c’era la Regina Vittoria -, che Joseph Conrad, invidiandone le vendite stratosferiche, sviliva per la mancanza di qualità estetiche dei suoi lavori, ma che in compenso veniva apprezzata da James Joyce. Marie Corelli (1855-1924), figlia illegittima di un giornalista scozzese, intuì che, per conquistare il successo, prima ancora di creare personaggi doveva lei stessa diventare un personaggio. Con quella che Carlo Pagetti nella postfazione chiama “un’operazione di maquillage promozionale”, Marie Coreli s’inventò una maschera e la indossò fino alla fine. Ciò che sapeva fare con la penna lo vediamo in Vendetta!. La sua abilità è dispiegata soprattutto a beneficio dei piccoli borghesi. Marie li fa sognare con uno sfarzo e un lusso nobiliari fuori dalla loro portata sociale, li stuzzica con l’erotismo emanato da Nina, la donna-mantide avida e vana, che ammalia e distrugge. Tanti i riferimenti autorevoli. I più ovvi sono Il Conte di Montecristo di Dumas, La sepoltura prematura di Edgar Allan Poe e, sempre di Poe, La maschera della morte rossa, che riecheggia nel clima di delirante euforia di Napoli durante la pestilenza. Napoli, poi, è un collage di stereotipi incorniciati fra il Golfo e il Vesuvio. Dialoghi che sanno di libretto d’opera, atmosfere tra il macabro e il gotico, situazioni da sensation novel, narrazione in prima persona che dispiega ogni palpito del protagonista e sembra procrastinare all’infinito il momento della rivalsa per il puro piacere di raccontarla, il tutto concentrato in una torbida vicenda di sesso e denaro: a fine Ottocento quella di Vendetta! appariva ai puristi una ricetta per palati poco raffinati. Oggi, un po’ più liberi da affettazioni culturali, possiamo riconoscerne la corposità barocca dello stile e la millimetrica tessitura della trama. Bistrattata dalla critica quanto la sua contemporanea Carolina Invernizio, ma ampiamente ripagata dal gradimento del pubblico, dopo aver dominato le classifiche dell’epoca per quarant’anni Marie Corelli passò di moda e fu dimenticata. Adesso è stata giustamente rivalutata e questa, su chi l’aveva snobbata non riconoscendone il dirompente talento, è la sua tardiva e meritata vendetta.

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