Venezia 1902, i delitti della Fenice

Venezia 1902, i delitti della Fenice

Hans Pfenner ha sei anni ed è un bambino felice. Dall’alto della sua nuova casa sull’albero, osserva estasiato il bosco e i suoi volatili, la sua passione. La casetta è un regalo del padre, guardaboschi a Neushönau, nella Baviera. Tutt’intorno è pace e silenzio, ma il boato di uno sparo squarcia d’improvviso quella quiete. Nascosto nella capanna, Hans vede suo padre riverso a terra agonizzante e accanto a lui, due bracconieri. Uno dei due spara ancora e con brutalità, finisce il poveruomo. Venezia, luglio del 1902. Sedici anni dopo l’assassinio del padre, Hans è nella città lagunare insieme a Helmut, un amico tedesco e diafano come lui. I due giovani sono saliti in cima al campanile di San Marco con l’ultimo gruppo di visitatori del pomeriggio e hanno atteso che tutti andassero via e che la torre venisse chiusa. Da quell’altezza, il panorama è mozzafiato, si domina tutta la città, ma una mano sottile e fulminea come una beccata spinge uno dei due ragazzi nel vuoto. Un volo senza voce alla ricerca di un perché, interrotto dal brusco impatto con il selciato. Dal Caffè Florian ai bacari di Cannaregio, la notizia dell’accaduto passa di bocca in bocca, annunciando l’ennesimo suicidio. Voci a cui non riserva molto credito il commissario Guido Bordin, un quarantino che conosce bene il suo mestiere, osservatore attento ai dettagli, single e votato al lavoro, è un “bravo toso”, come dicono i suoi amici. Ma Bordin deve fare i conti con un’inquietudine che gli viene dal passato, un peso sul cuore che ammorba le sue notti e i suoi risvegli. Ed è un brusco risveglio quello che lo butta giù dal letto, stordito dal bussare forte alla sua porta di casa. È il suo collaboratore, che lo informa di un furto commesso nella libreria antiquaria della facoltosa famiglia Moresini. Il questore ha ordinato che sia Bordin a occuparsene e non è un attestato di stima nei suoi confronti. Raggiunta la residenza dei Moresini per raccogliere la denuncia, Guido incontra Tiziana, la padrona di casa ed è subito un’attrazione pericolosa. Nella Sala del Consiglio di procuratoria intanto, è stata votata a maggioranza la decisione di costruire un ascensore nel campanile di San Marco. La struttura è già instabile e ora che il proto di San Marco è morto, nessuno potrà opporsi all’opera insana, eccetto la torre stessa…

Raccontare la storia è per Davide Savelli una vera passione, oltre che un mestiere. Scrittore, regista, autore di famosi programmi e documentari per la TV, Savelli è alla sua prima prova come romanziere e considerata la sua vocazione, la narrazione non poteva che nascere da un evento storico. Il 14 luglio del 1902, il vecchio campanile di San Marco rovinò al suolo. Un dettaglio forse, per la Grande Storia, ma un fatto di assoluto rilievo per la popolazione locale e come spesso accade nella triste tradizione italica, una tragedia evitabile, annunciata da inascoltate e detestate Cassandre. L’agonia lenta del “Paron de casa”, come i veneziani chiamano affettuosamente la torre, è come un lamento a bassa voce che attraversa tutto il romanzo, una tosse stizzosa che cela un grande male. La torre è co-protagonista della storia e il suo gemito fa da sottofondo alle ambientazioni noir in cui anche la città, con i suoi chiaroscuri, interpreta un ruolo di primo piano. La narrazione alterna le inquadrature e i flashback sui protagonisti – Bordin e Hans – e senza singhiozzi, entra subito nel cuore del racconto, trasformandosi in un fluire ritmato di fotogrammi e inquadrature fino all’epilogo finale, che ahimè, arriva troppo presto. Ma chissà che Savelli non abbia già pensato al sequel.



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