Venezia, si gira!

Venezia, si gira!
Continua l'avventura che Gremese dedica alle location cinematografiche italiane. E dopo Milano e Roma è la volta della città d'arte più magica non solo della nostra penisola, ma del mondo intero. Quella Venezia che dagli Stati Uniti alla Cina ci invidiano e che è talmente tanto brulicante di turisti da essere diventata quasi invivibile per i suoi abitanti. Ma ad aver vita non facile tra le calli della Laguna sono anche i registi: a Venezia non è possibile arrivare in macchina, né tantomeno in camion o furgone, si immaginino quindi i problemi che tutto questo può causare ad una troupe cinematografica, solitamente numerosa e “pesante” da spostare. Per questo motivo, come leggiamo nell'introduzione “ci si limita a girare solo qualche scena, a Venezia; magari il classico viaggio di nozze, l'incontro appassionato o il quadretto idilliaco nella cornice di San Marco”. Agli autori tutto questo non interessa: il Ponte dei Sospiri, la Chiesa della Salute, sono certamente location stupende ma un po' troppo “da cartolina” per risultare interessanti per gli appassionati... 
Mauro D'Avino e Lorenzo Rumori hanno voluto sentir pulsare la città, viverla, respirarla così come la vivono e la respirano coloro che ci vivono quotidianamente. Hanno preferito mettere nel loro prezioso (perché tutto a colori, con la solita cura maniacale per la confezione) la Venezia minore di Santa Marta, di Cannaregio, della Giudecca. Quella di film come Il Terrorista, Anonimo Veneziano o Pane e Tulipani. E hanno ricevuto la conferma che si immaginavano e che probabilmente cercavano: mentre nelle loro peregrinazioni precedenti si sono imbattuti in città completamente trasformate, in cui colate di cemento hanno preso il posto di campi coltivati e in cui palazzoni tristi e uniformi hanno sostituito bellezze artistiche, per Venezia avviene esattamente il contrario. Venezia non si cambia, è troppo preziosa. Sfogliando le pagine di Venezia, si gira! è tanto evidente quanto (positivamente) assordante la staticità della città: un esempio su tutti, perché andando indietro nel tempo l'evidenza si fa ancora più spavalda, è rappresentato dai fotogrammi di Othello, Orson Welles, 1952: l'inconfondibile facciata della Ca' d'Oro è oggi esattamente come era sessant'anni fa, merlata, dipinta e magnificamente restaurata.

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