Venite venite B-52

Venite venite B-52
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Appurato che con il gruppo musicale “Los Locos” non riesce a sfondare, Ennio accetta di fare l’autista all’onnipotente, onnipresente e ammanicato Saligari. L’affarista sta facendo faville, bisogna accodarsi. In Versilia in quegli anni Sessanta tutto sembra possibile, tutti son pieni di energia e di voglie, ci sono scarse regole e nessuno che intenda seriamente far rispettare la legge. Per colpa del successo planetario dei Beatles, Ennio non è riuscito a diventare il più grande sassofonista del mondo, dato che il quartetto inglese non prevede quello strumento. E allora via con questa nuova avventura. Tutto ciò mentre in una lussuosa tenuta una vivace e irresistibile adolescente, dal nome colorato di Viola, auspica che finalmente arrivino le terribili fortezze volanti B-52, i famigerati bombardieri americani, per distruggere tutta la sua vita e ridurre in macerie questo incomprensibile, fastidioso, arrogante mondo degli adulti, a suo modo vario, malinconico ma adulterato. Viola è la figlia di Ennio e Luciana, donna ricca fuori quanto lacerata dentro, vittima di una cotta adolescenziale per un uomo che si dimostrerà più che bambino bambinesco. Sorpreso dal rituale e reiterato rito onanistico, lui è stato lasciato da lei che non si spiega come possa fare da sé quello che potrebbero raggiungere assieme…

Una storia che attraversa venti anni di storia d’Italia in maniera leggiadra e mai didascalica, ma anzi clownesca e irridente con un plotone scomposto e variegato di personaggi, tra i quali ‒ oltre quelli citati ‒ non dimentichiamo l’ex carcerato Giordano, il granitico e ancestrale e Bollicino, fatuo e geniale, con sullo sfondo il fallimento dell’impero fortuito costruito da Ennio e le sue vicissitudini familiari. Anche in questo romanzo Sandro Veronesi è abile a coniugare la capacità di comunicare a larghe masse e l’abilità di infarcire le sue narrazioni di rimandi a temi tutt’altro che banali o consolatori, arricchendo il suo stile sobrio di improvvise ricercatezze lessicali e di pirotecniche trovate a volte meramente narrative e situazionali, a volte graffianti ed aggressive, umoristiche tirate che danno ampio respiro alla storia. Veronesi qui si gioca del lettore cieco e permeabile, lo mette alla gogna, rimanda significati accessori ma lì per lì apparentemente necessari al naturale svolgimento rinviando a capitoli che però poi non verranno scritti, volendo scuotere dall’apatia colui che ‒ né avido né vorace, ma solamente frigido e vuoto ‒ ha la sfortuna di avventurarsi tra le sue pagine. Appone note al testo fittizie ed apparentemente demifisticatorie, ma che in realtà sono uno sberleffo. Una operazione coraggiosa e da vero letterato qui in Italia, dove spesso scrivere più che scardinare diventa cedere al fascino dell’omologazione e del successo momentaneo ed aleatorio.



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