Verderame

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Felice è il sessantenne burbero contadino tuttofare a servizio praticamente da sempre presso la casa di campagna sulle rive del Lago Maggiore dove Michelino, nipote tredicenne del proprietario della tenuta, trascorre le vacanze estive. Affezionatissimo a Felice, “l’uomo del verderame”, affascinato da quella pratica quasi ritualistica di preparazione della sostanza antiparassitaria con cui due volte all’anno vengono irrorate le vigne ‒ e con la testa piena di troppi libri, di cui è lettore vorace ‒ Michelino si trova alle prese con le manifestazioni sempre più gravi della perdita della memoria dell’amico contadino: i suoi ricordi sembrano svanire giorno dopo giorno, in un rapido deterioramento delle funzioni intellettive che gli fa dimenticare i nomi degli oggetti e delle persone, financo il suo, costringendo il ragazzo ad inventarsi sempre più complessi giochi di nomi basati sulle assonanze, che inaspettatamente finiscono con lo scoprire frammenti di verità sepolte letteralmente da anni, tessere di un mosaico affascinante seppur a tratti macabro, popolato dai fantasmi di esuli russi, di nazisti e di partigiani, che sembra quasi indicare una oscura strada di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, scivolosa, viscida come i corpi di quelle strane lumache da cui Felice sembra quasi ossessionato…

Ambientato alla fine degli anni ‘60, il racconto affascina grazie ad una storia originale, in cui trovano posto gradevoli elementi nostalgici ‒ come le rievocazioni degli sceneggiati dell’epoca d’oro delle trasmissioni radiotelevisive ‒ e alla virata decisa, soprattutto nella parte finale, verso i territori dell’horror. La narrazione però risulta appesantita in alcuni passaggi da un linguaggio a volte deliberatamente ricercato, con l’uso di termini desueti, una scrittura che privilegia, a volte in modo quasi ostentato, modalità sintattiche poco lineari e dall’impiego del dialetto varesotto, unica (o quasi) modalità di espressione di Felice il contadino. Gli stratagemmi messi in atto da Michelino per contrastare la perdita di memoria di Felice per certi versi rimandano a quelli messi in atto dai Buendía alle prese con la piaga della perdita della memoria in Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, non a caso, si direbbe, dato il pizzico convincente di realismo magico usato da Michele Mari in una storia che a tratti riporta alla mente certe inquietanti esplorazioni letterarie nei territori del fantastico, del surreale, dell’orrore di Dino Buzzati.



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