Vestivamo da Superman

Vestivamo da Superman
Des Moines, nei primi anni Cinquanta, è una tranquilla cittadina persa tra le grandi pianure dell’Iowa, stato del Midwest con i fiumi Mississippi e Missouri come confini naturali. Billy Bryson all’epoca è un ragazzino di cinque anni e gli Stati Uniti d’America sono una nazione in pieno boom economico, vincitrice, senza pochi danni, di una Seconda Guerra Mondiale lontana dalle cronache quotidiane. Attraverso gli occhi di un ragazzino Bryson ci racconta la sua vita in quegli anni, così ricchi e così inconsapevoli. Il bar con i gabinetti atomici, gli esperimenti militari, la bomba H, l’ossessione dei comunisti, la corsa alla conquista dello spazio sono tutti esempi di un mondo vorticosamente ricco e terribilmente pericoloso e senza controllo, come quando, a causa delle tensioni tra Russia e Stati Uniti nell’isola di Cuba, si sfiorò davvero la Terza Guerra Mondiale senza che nessuno se ne rendesse conto. Un mondo letto attraverso l’infanzia di Billy, convinto d’essere, come Superman, dotato di superpoteri, capace di nebulizzare con lo sguardo l’antipatico di turno. Con un tono scanzonato ed appassionato, ma anche critico nei confronti degli americani, si mescolano ritratti della vita di allora, cancellati a poco a poco dallo spregiudicato avanzare della modernità…
La storia ci insegna quanto lo stile di vita moderno, che oggi è quotidianità, abbia cancellato gran parte di quella poesia che i nostri padri e i nostri nonni respiravano nell’aria, vivendo in una società più semplice e quasi senza vincoli estetici. Quel che impressiona in questo libro, per i non americani, è la gran mole di futuro che quelle genti si ritrovarono addosso durante gli anni cinquanta. I governanti di allora, di certo, si diedero un gran daffare per arricchire la popolazione, riempiendola di tutto e di più, rendendola però come insensibile, confondendo la necessità e il bisogno con l’avanzo. Ci si rende anche conto di quanto diversa fosse - e sia - la loro mentalità dalla nostra. Di come gli americani tendano sempre agli estremi, agli eccessi, alle cose fatte in grande, ché altrimenti non sarebbero americani. Bill Bryson dipinge un ritratto nostalgico di quegli anni sognanti, non ancora contaminati dal consumismo. Anni in cui la sua cittadina era piena di viali alberati, i negozi erano a misura d’uomo e le prime novità arrivavano in città tra l’entusiasmo generale di grandi e piccini. Un tono appassionatamente americano, ricco di battute e capace di scherzare anche sulle esplosioni nucleari fuori Las Vegas, che diventano attrazioni per turisti e occasioni di scampagnate all’aperto per chi vuol vedere i funghi atomici salire in cielo. Un libro che ci spiega, ancora una volta e se ce ne fosse stato bisogno, quanto gli americani non abbiano mai mezze misure nel bene e nel male, di quanto avanti siano, rispetto agli altri popoli. Talmente avanti, ma all’interno di un circuito circolare, da ritrovarsi poi, in un batter d’occhio, nuovamente in ultima posizione.

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