Viaggi nello scriptorium

Viaggi nello scriptorium
Un uomo. Un uomo che siede sul bordo del letto. Un uomo dall'età indefinita, più prossima alla “terza” che alla stagione d'oro della vita: le mani, aperte, sono appoggiate sulle ginocchia, la testa è bassa e gli occhi sono rivolti al pavimento. È solo in una stanza, fatta eccezione per alcune striscie di carta attaccate ai mobili (tavolo, sedia, lampada) e per quella fila di fantasmi, interminabile, silenziosa, scura, che gli si sgrana in testa come una preghiera. Mr Blank, questo il suo nome, non sa dov'è e non sa più chi è, sottoposto ad una cura che non ha mai chiesto e con il corpo che, improvvisamente, tramite scherzi beffardi gli si ribella contro. Paiono sapere ogni cosa, invece, coloro che, ora dopo ora, aprono la porta (chiusa a chiave? Sprangata?) per entrare con mansioni varie e disparate: Anna ad accudirlo, James P. Flood ad interrogarlo, Daniel Quinn a difenderlo. Su tutti troneggia il più invisibile ed irreale, colui che Mr Blank non può vedere ma solo ascoltare: Sigmund Graf, personaggio del manoscritto poggiato sopra la scrivania della stanza, la cui storia Mr Blank è invitato a leggere e alla quale dovrà porre la parola fine. Mentre oltre le quattro pareti bianche un uccello, un gabbiano, forse un corvo, canta la libertà divenuta lusso irraggiungibile...  
È un viaggio, quello a cui ci invita Paul Auster. Anzi, più di uno: sono i Viaggi nello scriptorium, pubblicato, come gli altri suoi libri, per i tipi di Einaudi. Viaggi che ci conducono là dove non vorremmo andare, luogo uscito da un brutto sogno nel quale claustrofobia ed incredulità vanno a braccetto: una stanza bianca e spoglia, con oggetti dotati di targhette per il riconoscimento eppure niente e nessuno che dica dove siamo realmente, in cui le persone che ci vengono a trovare raccontano di un passato che non ricordiamo, e volti ignoti ci osservano, silenti, da vecchie foto. Auster descrive qui la surreale vicenda di Mr Blank, uomo stanco e malato (almeno a detta degli altri), senza mai metter piede fuori dalle pareti immacolate di un racconto secco e tagliente, narrato con stile sobrio, a tratti “clinico”: il lettore, intrappolato in una oscura, strana storia, non può far altro che andare avanti, pagina dopo pagina, sollevando veli che possono solo ricondurlo al centro di una straniante vicenda. Viaggi nello scriptorium, con un romanzo nel romanzo, diviene così metafora della responsabilità che un autore ha nei confronti delle creature generate sulla pagina. Perché se consuetudine vuole che sia lo scrittore a farle vivere a suo piacimento, nulla vieta, nella finzione letteraria, che una volta tanto siano loro a tenerlo sotto scacco.

 

 

 

 
 
 
 
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