Viaggio in Africa

Viaggio in Africa

1970. Come affronta l’Africa un europeo abituato a non accorgersi della terra e del suo colore perché nascosta da torri di vetro che si rimpallano la luce? E come ritorna da un viaggio in un continente sterminato, lui che vive in un “continente-città”? In questo diario di bordo, viene presentata un’Africa per contraddizioni: la città costruita dagli inglesi, Nairobi, di stampo europeo, una metropoli soffocata dal traffico, sovraffollata e, appena fuori, le bidonville, la miseria, un mondo fatto di casupole e di arretratezza. E Dar es Salam, costruita dagli arabi e terminata dai tedeschi, che sta lentamente “africanizzandosi”, rispetto alla città keniana. Due città costiere, non così lontane dall’Africa nera, quella più “primitiva”, quella che non ha strade, quella dalle distanze chilometriche, dagli spazi agorafobici, quella della lingua bantù che non ha termini per esprimere un concetto di tempo futuro che non sia solo di lì a domani. E dunque, l’uomo europeo? Prima resterà strabiliato e forse nella memoria ritroverà anche ricordi di molte scene cinematografiche, paesaggi visti su pellicola e ora lì, davanti ai suoi occhi; ritroverà familiari le zanne dell’elefante, le strisce della zebra. Quando però si inoltrerà un po’ di più e comincerà a non vedere che savane e spazi senza fine, si accorgerà che l’Africa mantiene ancora un’aura primordiale, che forse fa scivolare qualche brivido: ecco il mal d’Africa, che si porterà dietro quando tornerà nella sua scatola di città, pronto nuovamente a ubbidire a leggi scritte e a regolamenti per questo e per quello, pronto a compilare, firmare, scrivere lettere o altro…

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato scrittore, poeta, giornalista, traduttore e incarna l’avanguardia letteraria italiana del periodo post-bellico. Nel 1970, un amico, presidente di una multinazionale che aveva in progetto di costruire strade in Africa, gli affida il compito di redigere una sorta di relazione sui luoghi. Visita Tanzania, Kenya, Etiopia, Sudan, Egitto. Delle due versioni della relazione nessuna fu utilizzata, e questa pubblicazione è in assoluto la prima. Credo che per un editore pubblicare un inedito di un grande intellettuale scomparso da anni sia un grande “colpo”. Un colpo arrivato debole. Ora, non mi aspettavo certo che un tipo come Manganelli scrivesse un diario “classico”, con lo stupore di un avventuriero che per la prima volta visita un continente fino ad allora sconosciuto né che si lasciasse romanticamente coinvolgere dai maestosi paesaggi africani. Il risultato è un libretto (le pagine sono una sessantina, non contando la postfazione di Viola Papetti) noioso, una combinazione superficiale e poco allettante di etnoantropologia/geografia/ storia, forse troppo colta o forse poco chiara (ché non è mai facile sapere a quale delle due alternative ci si trovi davanti, visto il labilissimo confine). Vi sono, è vero, spunti interessanti: l’impatto che un europeo può avere di fronte a un continente sterminato e lontanissimo dai suoi standard anche paesaggistici, il raffronto tra il cliché dell’Africa che la cinematografia ha contribuito a creare e il continente reale, la discromia tra le città e le periferie rurali. Resta tutto però imbottigliato in un linguaggio ostico e poco attraente.



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