Viaggio nella notte

Viaggio nella notte
La sua storia non è solo sua, ma è la storia di tanti come lui. Li puoi vedere al mattino presto uscire da casermoni rossi tutti uguali, le Case Rosse che oscurano il cielo e ne lasciano intravedere solo una fetta, grigia e pallida come la loro faccia. Piove sempre, anche quando c'è il sole in quella terra dimenticata da qualsiasi dio. Li puoi vedere che si incamminano, come un branco sottomesso, alla fermata del bus che li raccoglie. Non è un viaggio breve: un'ora per andare, un'ora per tornare. In mezzo dieci ore di lavoro, ogni giorno, per tutti i restanti giorni della loro vita. I loro sguardi sono bassi, non c'è vita nei loro occhi. Sono operai. Sanno che questo viaggio quotidiano li condurrà nel ventre della balena, schiavi delle stesse macchine che guidano. “Usami”, sembrano ordinare, “renditi schiavo dei miei movimenti, non abbandonarmi mai”. Molti di loro vi sono entrati molto giovani, quattordici o quindicenni, e non ne sono più usciti. Spesso sono figli che espiano le colpe dei padri, anch'essi operai, morti sul lavoro per mano della macchina. La morte, in fabbrica, non porta a nessuna compassione, è solo una seccatura. Sono le moderne camere a gas e loro i moderni deportati in lager che non hanno lo scopo di eliminarli, ma di tenerli in vita perché più a lungo vivono più producono, sotto lo sguardo sadico e soddisfatto del padrone, dei potenti, del sistema. Un tempo però, solo trenta anni fa, questo posto era diverso: il grigio del cielo, il bianco del cemento e della morte, il blu della notte non esistevano ancora. Un tempo, nel mondo contadino non troppo lontano, c'erano campi marroni e alberi verdi, il giallo dell'estate e l'arancione dell'autunno, e il bianco non aveva il sapore della morte, ma della primavera, della rinascita…
È una scrittura piena di odio quella che Massimiliano Santarossa riversa con spietato realismo nel suo ultimo romanzo, Viaggio nella notte, che racconta l'ultima giornata di un operaio del Nord-Est che decide di togliersi la vita, e nel farlo urla al mondo la sua condizione di deportato in quei moderni campi di concentramento che sono le fabbriche. Una rabbia che l'autore conosce bene per aver provato egli stesso, non troppi anni fa, la vita da schiavo, con i suoi tormenti e le sue storie già narrate nella precedente produzione. Con le mani ancora sporche di olio, piscio, ruggine e sangue le parole dell'uomo senza volto si fanno vive, gigantesche, creatrici, e come un dio, come quel dio tanto invocato, accusato, bestemmiato e perduto, creano un mondo allucinato fatto di mostri, bestie, macchine parlanti, dinosauri arancioni e balene dal ventre infinito, dove la presenza più forte è quella dell'assenza dell'uomo, senza più una identità, e della umanità senza più un padre, la cui esistenza è tanto più tangibile quanto più forte è la disperazione causata dalla sua malvagia indifferenza. In questo scenario apocalittico, in cui gli unici momenti di riparo dal male sono generati dalle droghe sintetiche, l'unica soluzione è quella inevitabile: un ultimo viaggio, il grande volo, tra le braccia della madre, ultimo spiraglio di umanità in un mondo che ha dimenticato qualsiasi empatia. Ma nemmeno l'amore materno può sottrarre il figlio alla morte. Può solo abbracciarne le spoglie esanimi e con le sue lacrime pulire il suo volto, restituendone i lineamenti perduti.

 

 

 

 
 
 
 
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