Victima

Victima

Nel momento cruciale della battaglia: smarrimento, il console romano Publio Decio Mure chiede al pontefice Marco Valerio di suggerirgli la formula del rito per “immolare se stesso per la salvezza delle legioni”. Indossa la toga pretesta – invocazione agli dèi, mano che passa sotto la toga a toccare il mento, ritto in piedi sul giavellotto – e si lancia contro l’esercito nemico. Nudo, solo, nel rito. Immola se stesso e “idealmente le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici”. Aliquanto augustior humanu visu. Victima e victimarius. Gennaio 2015, strage nella redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo”. Due giovani francesi di origine araba votati al sacrificio in difesa del profeta: la stampa internazionale tange, implicitamente o esplicitamente, un nucleo religioso in cui i fatti di cronaca sono trasfigurati in uno scenario rituale (trasfigurazione non episodica nelle manifestazioni culturali in Occidente). L’atto violento, e la morte. Luogo arduo per il linguaggio, che si perde, si smarrisce; luogo d’immagini ambigue, all’interno delle quali si aprono spiragli di profondità indagabili e pericolosi, immagini “magiche”. Immagini cinematografiche che interrogano l’atto violento e “la crisi della presenza”, Werner Herzog, Kristof Kieslowski, Kim Ki-duk. Immagini del rito, camaleontiche, che operano sotto varie forme, potenti, in un mondo “a scomparti”…

Il saggio di “scansioni” di Alessandro Celani (questa la definizione più puntuale, pur provvisoria, di un libro-dialogo tra forma e discorso, d’uno studio e di appunti di legami profondi sulla pelle dell’apparenza visibile) abita qui: “non esiste forse altro modo che costruire un palinsesto di idee, un’impalcatura di suggestioni, per dare ragione del fascino che la violenza ancora riscuote in questo mondo”. Uno “slabbrato tessuto di: vincere, vinciri, vieri, vinculum, victima, victoria”. Il linguaggio, l’efficacia della parola vengono meno, pure sono lì, slabbrati e a scansioni, che si addentrano nella selva dei vincoli oltre gli scomparti, del rapporto stratificato tra vittima e victimarius, dell’atto iconico: il linguaggio, di fronte all’ambiguità e al “di-vincolarsi” dell’immagine, resiste nel tratteggiare e nello sfumare: d’arte, di cinema, di trasfigurazioni rituali, degli opposti nelle manifestazioni potenti di violenza e morte – qui, la scansione aperta del Guernica di Picasso, opera di qualità onomatopeica, come le altre prese in esame, magica nella sua natura di agalma, “trasparente segno della presenza”. In coda al testo, feritoie di immagini fotografate dallo stesso Celani, ancora inseguite da frammenti di testo: sconfitti, essi pure suggeriscono, in efficaci brandelli di collage, fermento per un pensiero critico.



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