Villa Tarantola

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Villa Tarantola è una casupola diroccata con un piccolo giardino, trasandato anch’esso, al limite geografico e sociale di Tarquinia, paesotto della maremma laziale dalle vette del quale, di notte, si può godere la vista dei lumi di Montefiascone. Perché un nome tanto suggestivo, che segreti ammantati di mistero nasconde questo posto silenzioso si chiede il bambino Vincenzo Cardarelli (nato Nazareno). Purtroppo per lui dietro la denominazione quasi mitica ci sono soltanto un posto infestato dai ragni più comuni del posto e un acquisto immobiliare sbagliato da parte di un proprietario, ormai dimenticato da tutti, che nella speranza di fare fortuna con scavi di resti etruschi come altri avevano fatto in quella zona ha investito in un terreno già saccheggiato. Ma il senso di fascinazione ha ormai attecchito sul giovane, figlio illegittimo del proprietario del buffet della stazione, e l’animo da poeta è già pronto a farsi strada. A diciassette anni Vincenzo si mette sulla sua strada, sulle tracce dell’uomo che vorrebbe diventare. Il treno che molte volte ha seguito con lo sguardo questa volta lo prende, Roma la destinazione, come unico appoggio un avvocato socialista abruzzese, il primo lavoro addetto a vigilare l’andamento delle sveglie in un deposito di orologi. Ben presto diventa amanuense per un altro avvocato socialista e, dopo un lungo periodo di miseria, inenarrabile giornalista. Ma non è che la prima città e la prima delle vie imboccate dal futuro scrittore…

Un viaggio breve e cesellato di aneddoti tra la fotografia, il diario e, ben celata dietro un linguaggio ironico e scorrevole, una sincera riflessione filosofico-esistenzialista, Villa Tarantola è il romanzo di Vincenzo Cardarelli che ha vinto il Premio Strega alla sua seconda edizione, nel 1948. E a competere con lui nella rosa dei finalisti c’erano Pavese, Banti e Palazzeschi, si badi bene. Cardarelli, la cui notorietà rimane legata alle poesie e prose di costume e di viaggio, stupisce con un libello di disarmante trasparenza. Giornalista prolifico prima che scrittore, è salito agli onori della cronaca nel 1929 con Il sole a picco, in versi e prose corredato di illustrazioni del pittore bolognese Giorgio Morandi. Racconta qui a cuore aperto e senza lirismi la sua stessa vita. Dalla semplicità contadina di una Tarquinia argillosa alla solitudine metropolitana, una voluta, severa, dimessa, curiosa e riflessiva solitudine da fuorisede. A dare il titolo al racconto di vita/viaggio è una Villa Tarantola tanto reale quanto poetica. Il posto non conserva alcuna connotazione favolosa, come gli anziani gli confermano con sufficienza, eppure la realtà, la semplicità della sua esistenza non deludono lo scrittore, che invece, proprio sul candore della sua inutilità pura, lascia arrampicare la potenza immaginifica, rinvigorendo tutto di idee, di sogni. La facciata diroccata, il giardino mal curato, le tarantole che ne specificano più la qualità geografica che l’identità, non fanno che alimentare con il quotidiano una fantasia che intrinsecamente già esiste. Semplice e privo di mitologia è il punto di partenza della sua storia, come lo è la sua stessa vita sembra sottendere, il banco del buffet che il padre gestisce, le beghe della banda comunale alle quali assiste, eppure ogni storia conserva in potenza una meraviglia, una fascinazione, una profondità che aspetta solo di essere raccontata, o forse meglio, che esiste solo quando viene raccontata.



 

 

 
 
 
 

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