Viscerale

Viscerale
Dove i ratti indossano completi di teflon, i pit-bull tirano piste di coca, il parco giochi intrattiene i pargoli con siringhe infette e il parcheggio fiorisce di un bouquet di auto rubate, Teddy e Samir, due quindicenni, stanno preparandosi a entrare a testa alta nella vita. Bisogna fare così nelle banlieu parigine (e nei ghetti di tutto il mondo) se non si vuole essere inghiottiti dall’orrore. Bisogna avere un sogno (cosa alquanto complicata nell’incubo che veglia sulla quotidianità) e a quel punto sognarlo con forza e convinzione. I ragazzini hanno le idee chiare, per il momento: vogliono diventare dei campioni nella boxe, che tradotto significa indossare il guanto invece che impugnare le armi come tanti coetanei. Ad aiutarli c’è un “fratello maggiore”, Lies, a ventitre anni  già una promessa del pugilato francese. Lui, che è cresciuto senza la madre, fuggita alla mano pesante del marito, lui che ha visto il disprezzo riversarsi sul padre, aggredito perché “arabo”, lui che è sbocciato adulto praticamente da solo, a fame e lavoro sudato, sa bene cosa voglia dire farsi strada nel territorio minato dell’emarginazione, costellato di rottami di ogni tipo, anche umani, e disertato in ogni angolo da liberté-egalité-fraternité. Siamo nella patria del nulladibuono, del crimine, dello squallore allo stato grezzo. Eppure c’è chi, a fatica, un posto al sole in questa schifo di esistenza se lo vuole meritare. Teddy ha due genitori tossici, ma una nonna che l’ha fatto adolescente. Samir ha un fratello stupratore in carcere, ma una sorella da mille e una notte. Il riscatto che Lies propone a entrambi ha il valore di una scelta per sempre: il perdono al posto della violenza, il controllo al posto della rabbia. Boxare, d’altra parte, non è solo dare pugni, ma imparare a schivarli. Sul ring il risultato può cambiare improvvisamente, il ko resta tuttavia circoscritto tra le dodici corde che delimitano il campo. Nei viali in cui corrono i protagonisti di questa vicenda, non c’è nessun perimetro. L’odio gratuito e la sete di vendetta sguazzano liberi e contagiosi. E sono pronti a infliggere i più  meschini, infami colpi bassi…
Viscerale è la terza prova narrativa di Rachid Djaidani, scrittore francese da bestseller di madre sudanese e padre algerino, che grazie all'editore Giulio Perrone trova in Italia la sua prima pubblicazione (e traduzione). Parliamo di un libro che scotta, non solo per la storia che racconta (la diversità, l’esclusione,  lo squallore della periferia dimenticata) ma soprattutto per la capacità di una scrittura che graffia e lacera: una scrittura che non è semplicemente il frutto di un’accurata e allenata mimesi letteraria, bensì il prodotto di un’esperienza vissuta dentro e fuori, sublimata in un testo che è insieme testimonianza e denuncia. Finzione e realtà si confondono nella trama e si passano il testimone a ritmo di rap&bluenote, sullo sfondo di graffiti scrostati, che sbriciolano la labilità tra il bene e il male. In questa oasi dannata e senza miraggi a portata d’illusione, basta un attimo per perdersi; neanche Pollicino saprebbe ritrovare la retta via. Eppure, dall’acheronte di cemento e nebbia densa, desolazione ed erba stecchita, c’è chi risale. A dispetto di ogni transitiva aspettativa, dal male può sorgere il bene; le fecce si possono mutare in uomini, riscattando il ventre marcio che le ha partorite con un’opportunità di salvezza, un gesto nobile. L’intreccio è giocato su un ipotetico e febbrile aut aut. L’equilibrio dei protagonisti è precario. Le doti acrobatiche sono fondamentali. Il salto in punta di pagina, necessario. Per continuare a essere vittime di una sopravvivenza vuota oppure dare il via al primo match per aggiudicarsi il diritto a una vita piena. Di sogni, d’amore, di sole. E qui la finzione scompare.

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