A viso coperto

A viso coperto
Lollo, Ferro, Ale, Lisca, Nicola, Lupo, Enrico, Giorgione, Paolo, Fabio, Sergio, Marione, sono uomini, ragazzi tra i 20 e i 40 anni. Trasudano irruenza e quella precaria sicurezza in sé tipica dell’età. Negli sguardi puoi leggere il desiderio di un’altra vita, sognata o perduta. Alcuni sono poliziotti, padri di famiglia o aspiranti scrittori, meglio: celerini. Altri operai, commessi o appassionati dei film di Nanni Moretti, meglio: ultrà. Se li incontrassimo in un bar, non riusciremmo a distinguere chi è il poliziotto e chi l’ultrà. La domenica, invece, indossano le divise. Quella standard in tessuto aramidico, gilet tattico nero multitasche, cinturone blu, bavero color cremisi, anfibi di pelle nera, casco azzurro u-bott, sfollagente, parastinchi, corpetto protettivo, guanti rinforzati, fondina chiusa per Beretta 92, maschera antigas e lancia lacrimogeni GL 40/90. L’altra più minimalista e arraffata, felpa di qualsiasi colore, meglio se scura, rigorosamente col cappuccio, jeans non troppo stretti, casco da motocicletta anche se non si possiede una motocicletta, sciarpa o kefiah, in alcuni casi coltello a serramanico in tasca. Lo stadio è lì solo a ricordare che, se fosse possibile, ci dovrebbe essere una partita di calcio. Le immagini dell’allegria dei bambini nelle tribune, dei buoni propositi all’ingresso in campo delle squadre, dei colori delle coreografie, cominciano a tremare negli occhi, fino a scomparire, allagati dal fumo acre dei lacrimogeni. La vera trance agonistica è fuori, “perché ci piace, perché ci siamo dentro e ci fa sentire vivi” confessa un tifoso . “Meglio che scopare o ubriacarsi” dice un altro. Non esistono più i colori delle squadre, ma quelli del branco. Una battaglia di nervi dove il minimo errore può costare caro. La DIGOS riprende tutto. Un passo falso e sei fottuto. Puoi rovinarti la carriera, o la vita… 
Convochiamo tre immagini non troppo distanti da noi. Fotografie non raccontate nel libro ma che ci servono per ricostruirne il filo logico. La prima è del maggio del 2001, partita Inter-Atalanta. Un motorino vola giù dagli spalti della curva dell’Inter rotolando sui gradoni del settore sottostante. La seconda risale al marzo del 2004, derby Roma-Lazio. Sulle curve e fuori dalla stadio si sparge la voce infondata della morte di un bambino investito da un’auto della polizia. Forze dell’ordine, giocatori e arbitro sono ostaggio della violenta protesta dei tifosi, nell’occasione coalizzati; la partita viene sospesa. La terza, nell’inverno del 2010, è la tristemente nota gara Italia-Serbia, dove il dimenticabile “Ivan il terribile” fu il capofila di un’insensata spirale di violenza all’interno dello stadio Marassi. Genova, dunque, e quella sera del 12 ottobre Riccardo Gazzaniga, l’autore di A viso coperto, è lì. È lì perché è un poliziotto di stanza presso la caserma di Bolzaneto. Ma Riccardo è uno di quelli bravi, un poliziotto che usa la testa prima del manganello. Uno di quelli che nulla c’entrano con i dolorosi abusi perpetrati durante il G8 del 2001. Credibile, dunque, quando racconta le dinamiche dello scontro tra ultrà e polizia. E lo fa con un punto di vista estremamente equilibrato, alternando la narrazione tra la vita privata del tifoso e quella del celerino. Vite così diverse, eppure incredibilmente simili. Due mondi accomunati dal senso di appartenenza, da una fedeltà pericolosamente transitoria, dalla costante preoccupazione per i propri cari e dove non mancano errori, paure e debolezze. Un racconto che è come la videocamera di un reporter infiltrato che descrive le nuove dinamiche di una violenza ininterrotta e quotidiana. “Sono troppo vecchio per queste stronzate” avrebbe detto il sergente Murtaugh in “Arma Letale”. “Sono troppo vecchio per queste cose”, dice l’ispettore Giuliano Piccolimini, uno dei protagonisti del romanzo. Se vogliamo è questa l’unica pecca del romanzo, quella di edulcorare un po’ troppo i dialoghi per renderli più letterari (a un certo punto spunta fuori anche un “Porco mondo”). Un linguaggio più realistico avrebbe reso l’opera perfetta.

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