Vita

Vita

Parla anche dei gabbiani, i candidi uccelli dalle grandi ali sempre spiegate a prendere bene il vento come vele, che risalgono la corrente del Tevere e la sera si addensano sulle tegole e i cornicioni dei tetti di Roma, portando con i loro richiami il ricordo del mare, che rispetto alla città comunque è un po’ lontano. Sembrano sempre fuori posto, o al posto sbagliato, come tanto spesso si è sentito lui. Perché non è mai potuto ritornare a casa, Vita, vorrebbe aggiungere. Non ha più un mondo cui tornare, non un paesaggio né un luogo. Nemmeno il ricordo di essi. Solo i loro nomi. Non esiste più un gruppo di persone che possono definirsi la “sua” gente. Non ha più nulla in comune con i parenti. La loro ingenuità lo stupisce. La loro avidità lo irrita, perché gli ricorda che ha perso la sua. La loro ignoranza lo offende. I loro progetti non sono i suoi. Non conosce più i suoi genitori, che ama più di prima e per i quali salterebbe nel fuoco, ma nel suo amore ormai c’è solo e soltanto compassione. Oltre che pietà, che è ancora peggio. Si sente un estraneo. Uno straniero. Ha continuato ad andarsene e non ha fatto altro che partire di nuovo. È come se la nave sulla quale si è imbarcato non fosse mai arrivata in porto, come se avesse continuato a vagare sull’oceano, sospesa tra due rive, senza meta e senza ritorno. Ha provato a fare parte di qualcosa, ma non lo hanno mai voluto...

È una storia picaresca, romanzata, piena di slanci fantastici intriganti, divertenti, entusiasmanti, commoventi, potenti ed emozionanti. Una storia tragica e feroce, tenera e dolcissima, che trascende il genere e ha un respiro universale, quasi epico, grazie anche a uno stile fotografico (sono vere anche le immagini nel libro), sapiente e raffinato. Al tempo stesso è anche una storia vera, un bildungsroman, un coming of age, una testimonianza, un tuffo nella memoria e soprattutto nella storia con l’iniziale maiuscola, quella di cui spesso quando si è al caldo nel benessere ci si tende a dimenticare, perché non si fa mente locale al fatto che per lungo tempo i migranti con la valigia siamo stati noi che guardiamo dall’alto in basso le carrette del Mediterraneo. È una storia di famiglia, la sua, quella di suo nonno, Diamante, quella che Melania Gaia Mazzucco racconta nel libro molto fortunato anche all’estero e che le ha fatto vincere nel 2003 ‒ a cent’anni esatti di distanza dall’inizio degli eventi narrati ‒ il premio Strega. La storia di Vita e Diamante, due ragazzini di dodici e nove anni, interpreti principali di una vicenda che corre con un ritmo travolgente per l’intera esistenza e che è la loro ma anche quella di tanti altri italiani partiti all’inizio del secolo scorso con un bastimento – per giunta sono soli – dalle povere terre d’origine (Tufo di Minturno, per la precisione) per trovare fortuna a Nuova York, nell’America sognata, vagheggiata, bramata.



 

 

 

 
 
 
 

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