Vita di famiglia

Vita di famiglia

Un pranzo di famiglia, di quelli della domenica. Quelli che sembrano protrarsi all’infinito e alle cinque del pomeriggio non si è ancora al dessert. Coniugi, cognati e fratelli a rapporto attorno alla stessa tavola. Un lato del tavolo, come sempre, ha il monopolio del vino; impareggiabili melanzane in casseruola, sanguinaccio e fichi passano di mano in mano, ci si scambiano ricordi e storie di famiglia. E si sa, “il problema con le storie di famiglia, è che siccome una tira l'altra è facile che dal pranzo si passi senza accorgersene alla cena”. Si condividono episodi d’infanzia, vividi come fossero appena accaduti. I matrimoni, ad esempio, dove si andava perlopiù a piedi, con vestiti cuciti rigorosamente a mano; si gustava il tradizionale torteau fromager e il banchetto di nozze spesso si condivideva con altre nove, dieci coppie! O i fratellini che “arrivavano” di punto in bianco, con quegli enormi carrozzini isolati con carta di giornale; e i traumi infantili, primo fra tutti l’orribile supplizio del bagnetto in giardino nella tinozza di ferro…

Risale al 1991 l’inizio della preziosa collaborazione tra Robert Doisneau e Daniel Pennac, due amici, due maestri nei rispettivi generi. È l’atto di nascita di quel singolare connubio di fotografia e fiction che è Vita di famiglia: una summa di momenti cardine della vita familiare e quotidiana nella Francia degli anni Cinquanta e Sessanta. Sono gli anni del dopoguerra, con la ripresa economica, il benessere, l’avvento dell’igiene, il baby-boom. Quante volte avremo sentito un genitore o un nonno iniziare una frase con “ai miei tempi”? Ecco, questi sono i “tempi” di cui si parla – in Francia, ma non mancano le affinità con altre esperienze europee –, i tempi che la tradizione del racconto familiare conserva, arricchisce e tramanda di generazione in generazione. Tempi che l’incontro tra le splendide fotografie di Doisneau – noto ai più per il famosissimo Bacio di fronte all’hotel de Ville – e la prosa arguta, sempre in bilico tra “naturalezza” e assurdo, di Daniel Pennac che si declina in immaginari dialoghi che si svolgono nel più canonico e sacro dei luoghi familiari – la tavola da pranzo – sa celebrare, in maniera tanto originale da risultare a stento classificabile entro un genere definito. La sensazione, sfogliando questa curatissima edizione, è quella di maneggiare un vero e proprio album di famiglia. Fotografie e testi si sposano come fossero stati concepiti sin dall’inizio per un’unica fruizione, rivelando la profonda complicità tra i due artisti e un simile sguardo sul mondo. Uno sguardo ampio ma capace di non dimenticare l’individuo, di rendere le gioie collettive così come le più delicate sfumature dell’intimità familiare, ma che soprattutto sa farci intravedere quel che permane mentre cambiano costumi, mode, abitudini quotidiane, occasioni sociali: il valore della famiglia, l’affetto e la condivisione; il senso di comunione che deriva dal sedere tutti alla stessa tavola, di domenica, a mangiare e far sera con un ricordo che tira l’altro.



 

 

 

 
 
 
 

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