Vita di Nullo

Vita di Nullo

Nel pieno della provincia padana, quella buia e rorida di umidità, un gruppo di amici ‒ o solo sopravvissuti del niente che regna intorno a loro, e dentro ‒ si ritrova al bar. Sono stati bambini insieme e ora, anche se la vita ha provato a dare ad ognuno una direzione personale, resistono uniti in un moto religioso che li concentra intorno al bar e alla piazza paesana, nucleo sacro del culto. Patecia il dissipatore, Belaghega che inventa parole durante gli stranianti turni di controllo dei tubi in uno sperduto pozzo di gas, Tamplon studente di medicina che potrebbe permettersi le migliori cerchie cittadine e invece appena ha un momento libero sgattaiaola al bancone con i suoi amici disoccupati figli ed eredi del proletariato provinciale. E a raccordare tutte le tristezze, a dare motivo d’esistere al gruppo, c’è Nullo. Il panzòn, che raccoglie e canalizza le energie di tutti ingurgitando insulti e scherni e trasformandoli in equilibrio generale, in carburante per nuova vita, nuovi aneddoti, nuove cattiverie gratuite. Ma l’equilibrio si rompe irrimediabilmente quando Nullo decide improvvisamente di non mettere più piede al bar, privando il gruppo delle sue provocazioni, dei suoi spunti di conversazione strampalati con i quali scopre il fianco a vantaggio dell’ilarità degli amici. La sparizione getta tutti in uno stato stordito, al limite tollerabile di resistenza alla mera quotidianità, dividendo inesorabilmente una tristezza sociale in frantumi di solitudini…

Nullo è un capro espiatorio per vocazione. Una vittima sacrificale consapevole, nello stesso tempo bersaglio e guru, sciamano per i ragazzi (poi uomini) che ne sfruttano la resistenza emotiva per sfogare le loro personali inadeguatezze. Inizia con un’assenza ingombrante questo Vita di Nullo, ultimogenito di Diego Marani, che arriva a tre anni da Lavorare manca, excursus nella concezione che la gente ha del lavoro e delle sue diverse declinazioni in Italia e nel resto d’Europa. Lo scrittore, che con Nuova grammatica finlandese ha vinto il Premio Grinzane Cavour nel 2001e il Premio Campiello nel 2002 con L'ultimo dei Vostiachi, forgia ora un protagonista che dalle prime pagine ha dichiaratamente e pesantemente deciso di voltare le spalle alla celebrazione che chi narra intende regalargli. Non esiste che nelle parole anelanti la sua ricomparsa che gli amici/nemici/adepti di sempre gli dedicano, nei ricordi, nelle nostalgie. Marani, glotteta internazionalmente impegnato nella promozione del multilinguismo, sceglie per questo romanzo un piccolo mondo dai confini incredibilmente ridotti, una provincia emiliana che non varca la piazza del paese, eppure ciò che ne risulta è un universo complesso dalle prospettive intime con innumeri strati, che, proporzionalmente alla ristrettezza del panorama geografico, apre visuali vertiginose dentro ogni personaggio. Si può scorgere un infinito dietro il narratore, che in una partecipe prima persona parla di Nullo, ma ugualmente racconta di sé, uomo qualunque e ‒ si direbbe – distorto specchio di chi scrive.



 

 

 

 
 
 
 

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