Vita e morte di un ingegnere

Vita e morte di un ingegnere
I padri degli anni sessanta, non tutti, ma quelli che avevano studiato, che appartenevano alla borghesia medio-alta, che sentivano la responsabilità di partecipare fattivamente alla ricostruzione del paese, dovevano somigliare molto all’ingegner Albinati, un uomo all’apparenza severo e totalmente dedito al lavoro. “Laddove il lavoro sembrava esaurirsi, lui se ne creava dell’altro inventandosi difficoltà, improvvisi inceppi nell’andamento dei suoi affari, guai simulati e problemi virtuali, tanto per avere del materiale da gettare nella caldaia del suo inarrestabile motore”. Erano padri, quelli, quasi incapaci di slanci affettivi verso i figli e molto parchi in generale nel manifestare i propri sentimenti. Eppure questo padre ingegnere che guida veloce per le strade di una Roma fiduciosa e lieta a bordo di una rombante Alfa Romeo, incarna, almeno agli occhi del figlio, una certa rinfrancante ambiguità, che lo allontana dal rischio di essere giudicato troppo conforme a un preciso modello generazionale. “Credo che egli finisse per essere conformista proprio per un eccesso di anticonformismo, per disinteresse cioè verso le regole cui bene o male era obbediente”. E intanto il figlio fa la sua strada, allontanandosi – come spesso succede – dalla figura paterna e dai modelli che essa rappresenta. Altri interessi, altri tipi di studio, altro lavoro, altra vita. Ma che tipo di vita è (o è stata) quella di un padre che abbiamo sempre visto come parte integrante di un paesaggio familiare, ma con il quale, in fondo, non siamo mai entrati in contatto? È questo “mondo” che il figlio scrittore intende indagare, partendo da una constatazione semplice, anche se in fondo amara: “Di mio padre ne so quanto ne so di uno scrittore minore del secondo Ottocento italiano. Cioè qualche aneddoto, il riassunto della trama, e in quattro parole, come si diceva a scuola, la sua poetica”…
L’occasione per ripensare il padre, per imbastire una narrazione densa e intensa intorno a lui, è data dall’approssimarsi di una malattia incurabile, che costringe il figlio ad annullare ogni distanza sia fisica sia emotiva con il genitore. Di questa fase Albinati non ci risparmia nulla: se ne avverte il peso, la sofferenza, ma anche il bisogno di dire, di usare la scrittura come fosse la ricucitura di una trama spezzata o l’unico strumento capace di togliere peso e ridare una accettabile leggerezza a un dolore altrimenti insopportabile. Albinati ha aspettato vent’anni per pubblicare questo libro, poiché non voleva darlo alle stampe finché la madre era viva. Da questo si può intuire quanto intime, private e familiari siano le vicende narrate, eppure – allo stesso tempo – la “sua” storia assume il valore di una parabola universale. Anche grazie a un prosa tesa e perfetta, lo stile autobiografico di Albinati non è mai né compiaciuto né autoreferenziale, ma diventa, semmai, occasione di profondissime riflessioni morali sul vivere e sul morire. “Viviamo prigionieri del mito della profondità e della complessità, finche la morte, privandoci delle cose più ovvie, le rende ironicamente memorabili. Le superfici cominciano a splendere, splendono le cose secondarie, i ricordi più fiochi e le parole che dicevamo per caso e che non avremmo appuntato nemmeno a matita ora diventano leggende”.

 

 

 

 
 
 
 
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