Vite che non sono la mia

Vite che non sono la mia
È nello Sri Lanka del 2004 - proprio l'anno del devastante tsunami - che Emmanuel Carrère e la sua famiglia si trovano per trascorrere le vacanze. Inevitabilmente lo sguardo dello scrittore si posa su uno scenario devastante: la mostruosa onda ha portato via le vite di persone di ogni genere, nativi del luogo e turisti, bambini ed anziani, donne e uomini, non risparmiando nessuno. La visione della morte prende il sopravvento nella mente dell'autore che, inerme, deve assistere alla scomparsa di mariti che abbandonano le mogli e di figli che abbandonano i genitori. In particolare Emmanuel e sua moglie Hélène si legano ad una coppia di francesi che hanno appena perso la loro piccola Juliette. Sono giorni tumultuosi per l'animo dei due genitori appena privati della loro figlia, ed Hélène cerca di stare loro il più possibile vicino, anche aiutandoli nelle ricerche del corpo di Juliette. I coniugi Carrère comunque in questa atroce stagione della loro vita non sono coinvolti direttamente, ma assistono alla sciagura altrui, alla morte che falcia impietosa le famiglie distrutte dall'onda fino a quando, tornati in Francia, Hélène riceve la notizia che sua sorella Juliette, malata di cancro, sta per morire. Così, la morte della piccola Juliette portata via dall'onda sembra essere una specie di macabro preludio della morte dell’altra Juliette. Sono per Hélène giorni di terrore, sa che non può rifugiarsi nemmeno nella preghiera e nella speranza, perché ormai non c'è più nulla da fare per sua sorella, che qualche giorno dopo infatti muore, lasciando al mondo tre bambine piccole. È sulle tre bambine che Carrère sente di doversi porre qualche interrogativo. La figura di Juliette sembra diventare un fantasma nella mente dello scrittore, che deve vivere in prima persona la dimensione della perdita: inizia così una narrazione sulla vita della cognata che è anche una sorta di catarsi liberatoria…
Il parallelismo tra una malattia e una catastrofe naturale è l'input che spinge Emmanuel Carrère a scrivere questo libro, a porre attenzione su quell'umanità che soffre in silenzio, ignorata da chi vive una vita normale, all'insegna della tranquillità. Vita, morte, dolore sono le parole chiave che vengono ripetute incessantemente nelle pagine, quasi a ricordare al lettore la fragilità del’esistenza e la costante immanenza della morte nella realtà di tutti i giorni, perché - anche se non ce ne accorgiamo - dietro l'angolo qualcuno muore. Carrère narra quello che nessun uomo vorrebbe mai vivere, elabora il dolore in forma scritta e lo fa con un'efficacia tagliente. Sembra di sentire una lama fredda che trapassa l'animo alla lettura di ogni pagina in cui si trova cruentemente descritta la morte di diverse persone. È la prima parte del libro quella più cruda, quella in cui la parola morte accompagna visioni di persone dai volti tumefatti e dagli occhi spenti. Ma Carrère vuole porre la sua attenzione su due persone in particolare, due persone dallo stesso nome e che si sono trovate entrambe di fronte alla morte. Entrambe vengono trattate dall'autore con estrema sensibilità, perché Carrère, coinvolto prima come spettatore e poi in prima persona, non può non tener conto di due degli eventi che gli hanno cambiato la vita. L'intensità con cui lo scrittore narra queste storie non lasciano il lettore indifferente: di tanto in tanto si è costretti a fermarsi per riflettere, a prescindere dal fatto che si sia emozionati o meno. Paradossalmente, infatti, Carrère - pur essendo uno scrittore dallo stile asciutto - riesce ad essere razionale ma travolgente, cosicché il lettore è investito dalle sue parole e (s)travolto dalle sensazioni che generano.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER