Vittoria Accorombona

Vittoria Accorombona

Fine Cinquecento. Tivoli in un giorno di sole. Giulia Accoromboni, nobile matrona caduta in ristrettezze economiche, è in villeggiatura insieme ai figli: il mansueto Flaminio, dai modi femminei, l’irruento Marcello, che frequenta losche compagnie, e Vittoria, detta Virginia, di grande bellezza, vivacità e intelletto. Una creatura affascinante, intrepida, romantica, in grado di incantare poeti, nobili e persino cardinali. Il tempo trascorre in frivolezze, visite da parte di amici e passeggiate. È durante una di queste che Vittoria, giocando, cade in un vortice d’acqua. Un vortice che è simbolo e preludio per gli eventi che verranno. La ragazza è portata in salvo, ma l’evento inaspettato e spaventoso sembra essere la proverbiale scintilla che mette in moto gli eventi, la mano del fato che posiziona le sue pedine. Di lì a pochi giorni, gli Accoromboni dovranno tornare a Roma, dove li attende un futuro di disgrazia se Marcello, il più violento dei fratelli, che è stato catturato insieme a dei briganti, sarà giustiziato. Vittoria decide allora di salvare la sua famiglia dall’incertezza e sé stessa dalle attenzioni non richieste del violento Luigi Orsini sacrificando ciò in cui crede: uno strategico spasimante diventa il suo sposo, la protezione dei potenti è assicurata, la vita torna tranquilla. Ma la storia di Vittoria non è che all’inizio. Trascorrerà intrecciandosi alle vite, alle passioni e ai sotterfugi di grandi personalità della storia italiana, come il cardinale Farnese, Ferdinando De Medici, Papa Sisto V, Torquato Tasso e il duca di Bracciano, fino a un epilogo che sembra scritto nel destino di chi, come lei, ha osato arrogarsi il diritto all’autodeterminazione...

La vita di Vittoria Accoramboni, come tutte le vite che suscitano ammirazione e scalpore, è stata raccontata da molti artisti, tra i quali il drammaturgo inglese John Webster, che ne trasse la famosa tragedia Il diavolo bianco. Ludwig Tieck, poeta, scrittore, traduttore e critico letterario tedesco, le dedica l’ultimo grande romanzo della sua carriera, facendone il proprio testamento poetico. Vittoria Accorombona è insieme una ricostruzione storica accurata e un luogo di paesaggi intensi, di simboli e di caratteri cari al Romanticismo ottocentesco, periodo in cui l’autore scrive e pubblica la sua opera. Un romanzo che sfida il lettore ed esige la sua attenzione ad ogni passaggio, pena lo spaesamento. Cambiano velocemente i luoghi, cambiano gli oratori, gli appellativi, i generi letterari; i riferimenti a fatti e persone sono molteplici, così come è mutevole il ritmo della narrazione, che si adatta ai fatti che racconta. I dialoghi possiedono una gravitas degna del palcoscenico, le descrizioni cariche di simboli avulsi al lettore contemporaneo. È verso la seconda metà del libro che la storia si assesta. Vittoria lascia la calda e spensierata Tivoli dell’infanzia per addentrarsi nella vita della nobiltà romana, nei compromessi, nei sotterfugi. Si ritrova circondata di creature non alla sua altezza, né come statura morale né in termini di intelletto, con cui la società e le norme della sua epoca le imporranno di scendere a patti, lei che non solo è simbolo degli ideali romantici di Tieck ma anche incarnazione della figura dell’artista, del poeta. Allora la natura tragica della sua storia appare ineluttabile. Quello che si trae dalla fine violenta della vicenda non è pena verso la protagonista, la cui vita viene distrutta dalla rabbia, dalla gelosia e dall’ipocrisia della società, ma proprio verso quegli uomini che vivono nella sua ombra e, incantati e spaventati da uno spirito superiore e libero, non sono in grado né di capirlo, né di accettarne il diritto di vivere la vita secondo il proprio codice e i propri valori.



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