Viva per raccontare

Viva per raccontare
"Sono nata in un paradiso. Almeno, così vedevo la mia patria durante l’infanzia e l’adolescenza. Il Ruanda è un piccolo Paese incastonato come un gioiello nell’Africa Centrale. È di una bellezza mozzafiato e sembra impossibile non scorgere la mano di Dio nelle sue dolci colline lussureggianti, nelle sue montagne avvolte nella foschia, nelle verdi vallate e nei laghi scintillanti (…) la terra dell’eterna primavera". Immaculée è una giovane cresciuta in una famiglia cattolica, fortemente legata al suo villaggio, alle tradizioni e partecipe delle molteplici attività della piccola comunità, praticamente una grande famiglia allargata. Vive lì insieme ai tre fratelli, lei unica figlia di genitori impegnati a preservare la sua integrità morale. A dieci anni tra le mura della scuola scopre il tribalismo all’interno del Ruanda, ma nonostante i chiarimenti chiesti ai genitori in merito alla divisione in tribù che caratterizza il suo paese, non ottiene risposta e le rimane impossibile identificarsi con l’una o con l’altra fazione. Sarà un professore che le rivelerà l’appartenenza alla tribù tutsi. La sua istruzione prosegue con ottimi risultati fino agli inizi della scuola superiore quando scopre di non aver vinto la borsa di studio perché tutti posti erano riservati agli hutu. La famiglia decide allora di iscriverla ad una scuola privata nonostante costituisca un grosso onere finanziario. Ottiene ottimi risultati e viene ammessa ad una delle migliori scuole del Ruanda, il Lycée de Notre Dame D’Afrique. Il primo ottobre del 1990, durante il terzo ed ultimo anno di scuola, scoppia la guerra civile e la situazione non può che peggiorare, gli eventi precipitano e il suicidio è visto da molti come una soluzione possibile rispetto alla ferocia delle torture che si profilano per i prigionieri. Immaculée viene ammessa all’università, consegue ottimi risultati, ma sullo sfondo ancora l’inasprimento dei conflitti e i negoziati di pace in atto. La situazione politica sembra migliorare dopo i primi due anni di guerra, ma la morte del presidente Habyarimana fa cadere il paese in un terribile genocidio...
È una storia dura, raccontata con coraggio e dovizia di particolari, una storia narrata in prima persona, da quella che è stata una testimone diretta dell’ingiustizia e della ferocia di una delle più efferate guerre civili della storia del tormentato continente africano. Dal suo nascondiglio in un bagno condiviso con altre sette donne l'autrice narra i suoi novantun giorni di prigionia. La fede è l’unica ancora alla quale riesce ad aggrapparsi, prega per se stessa e per la sua famiglia, prega per le sue compagne e per le vittime, ma scopre di non essere in grado di pregare per gli assassini. È una storia di coraggio e fede, una fede in grado di fare miracoli, una fede messa a dura prova nel silenzio assoluto della prigionia, da un cuore incapace di perdonare chi compie simili barbarie. È lo spirito umano ad uscire vincitore alla fine, a dare la forza alla protagonista perché possa raccontare il suo conflitto interiore. Ne viene fuori un libro intenso e straziante, un racconto autentico che arricchisce la Storia ufficiale e narra la guerra che non solo è fuori ma anche nell’anima. In seguito a questo tragico evento l’autrice ha deciso di fondare un ente benefico per raccogliere fondi da destinarsi alle tante migliaia di orfani ruandesi. Oggi Left To Tell ha già aiutato numerosi bambini a trovare una nuova famiglia.

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