Viviamo in acqua

Viviamo in acqua

L’hanno sbattuto fuori dal pio ricovero e ora Bit deve tirare su qualche soldo. È strano tornare a mendicare dopo più di un anno. Si piazza al solito posto, quello senza i semafori sincronizzati – non è molto di passaggio ma le macchine devono fermarsi per forza –, il cartone con su scritto “va bene tutto” in bella vista. Un uomo in una Mercedes dorata gli offre venti dollari: vuole solo sapere cosa ci comprerà… Wayne può metterci la mano sul fuoco: qualcuno ruba dalla boccia di vetro del fondo vacanze. Il ladro non può che essere uno dei suoi figli! Il Medio? Improbabile, anche se Wayne non sa dire cosa passi per la testa a quell’inetto. Il Piccolo allora? Così uguale a lui, la stessa luce subdola negli occhi. Oppure la Femmina, che mentre dorme sembra così innocente. Questa storia lo sta facendo uscire pazzo… Owen voleva solo un dannato caffellatte di soia non bruciato e invece ha finito per dar vita a una notizia da prima pagina. Sì, ha sbagliato ad alzare la voce, l’ha fatto innervosire. Ma non poteva aspettarsi che Brando, lo zombie impiegato dello Starbucks-Financial in centro, sarebbe saltato al collo del direttore mordendo e graffiando. E sì, lo sa, non si dovrebbero chiamare così gli sventurati malati di encefalite ipo-endocrino-tiroidea, ma è questo che sono, zombie. L’abuso di Replexen li ha resi dei decerebrati dalla pelle traslucida, nottambuli e sessuomani…

Sobborghi immiseriti, centri di accoglienza e riabilitazione. Violenze domestiche, piccola criminalità. Adulti in sella a bmx per bambini. Questa è Spokane, Washington, città natale del prolifico giornalista e scrittore statunitense Jess Walter e fil rouge della sua prima raccolta di short stories. Ambivalente è il sentimento che muove l’autore nel tratteggiare i cinquanta tragicomici punti del “Sunto statistico della mia città di origine” che chiosa la raccolta. Spokane è una realtà che lascia poche alternative, “trovare il modo per renderla migliore o trovarsi un altro posto dove vivere”. Con Vivere in acqua Walter sembra tracciare una terza possibilità: raccontarla, affidando alla puntualità della forma-racconto un’umanità degli ultimi indolente, viziosa, che ad una sola parola d’ordine tende, sopravvivere – o per citare la storia d’apertura: Va bene tutto. Tante piccole storie tristi che, per quanto ci provino, non riescono proprio ad essere altrimenti; personaggi che, come suggerisce il racconto-manifesto che alla raccolta dà il titolo, annaspano sotto il pelo dell’acqua evitando di toccare il fondo e tuttavia non riuscendo mai ad arrivare in superficie, rigettati da un mondo che rifiuta la loro diversità. La prosa diretta, pungente, gravida di cinismo – ma a più riprese capace di una delicatezza disarmante – di Walter rivela esistenze disilluse su cui grava il peso di “sogni stantii e irrealizzati”, dannatamente divertenti quanto più dolorosamente grottesche, ne dipinge un ritratto sincero e destabilizzante pur non disdegnando brevi incursioni nell’assurdo e nel “distopico” – indimenticabile e brillante, Non mangiare gatto. Fa ridere, riflettere, commuovere, tutto nello spazio di un solo racconto. Ricordandoci, non senza amarezza, che le leggi di Spokane non fanno sconti. A nessuno.



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