Volgograd

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L’anziano dice di vivere a Volgograd. No, non è la città sul fiume Volga che si chiama così dal 1961 ma che tutti conoscono come Stalingrado, il nome che aveva dal 1925. Lui chiama Volgograd l’immenso anello di periferie che circonda il centro storico e i quartieri semicentrali di Roma “come un cappio di canapa bella grossa, stretto al collo di un disperato”. Volgograd da “volgo”, non da “Volga”, insomma. Una gigantesca riserva indiana per le classi sociali meno abbienti. Una distesa senza interruzioni e senza pietà di palazzoni, strade disseminate di buche zeppe di automobili, faraonici centri commerciali “dove la domenica si portano i bambini affinché imparino a fare i consumatori”, chiese ultramoderne desolatamente vuote, giardinetti polverosi pieni di erbacce e di giochi per bambini arrugginiti. Gli abitanti di Volgograd affrontano la bruttezza e il degrado con apparente rassegnazione, hanno probabilmente problemi più urgenti da affrontare oppure vivono come istupiditi, accettano senza discutere il ruolo che la società ha loro imposto. L’anziano invece tempo ne ha, e ha deciso di usarlo per raccontare quello che vede attorno a sé, le storie dei piccoli grandi eroi che incontra ogni giorno per le strade di Volgograd. Lo fa anche per vincere i rimpianti e la solitudine. Il figlio vive a Madrid e lo vede a malapena una volta o due l’anno, comunicano via mail. Ma soprattutto da quel maledetto gennaio di due anni fa sua moglie Ada non c’è più: l’hanno investita mentre andava a fare la spesa, lei minimizzava ma aveva fratture dappertutto e un embolo se l’è portata via in pochi giorni. E lui non ha saputo far meglio che tenerle la mano sempre più fredda, seduto nella poltroncina della camera d’ospedale. Non le ha detto quanto l’avesse amata, quanto la stimasse, quanto fossero stati belli i decenni passati insieme. Da allora l’anziano ha dovuto imparare a vivere da solo, con dolore e fatica. “La casa, per quanto piccola, col buio pare immensa. Il letto è troppo grande, troppo vuoto”. Non ha più nessuno con cui litigare e fare pace. Aspetta, non so cosa ma aspetta. E intanto scrive, racconta la gente di Volgograd…

Un vigilante separato che fa dannatamente fatica a mantenere i due figli che vivono con la sua ex moglie, pure lei precaria – che gli manca da morire. Un pensionato delle Ferrovie che ha continui pensieri suicidi. Un giovane immigrato clandestino ghanese che ha affrontato un viaggio da incubo da una baraccopoli alla periferia di Accra fino a Roma per trovare la sorella maggiore Mariam, la bellissima Mariam attratta con l’inganno in Italia e costretta a fare la prostituta. Un pensionato che nel 1977 – prima dei computer, quando si faceva tutto a mano – svolgeva all’Ufficio Portafoglio delle Poste un lavoro kafkiano. Un prete peruviano che soffriva di attacchi di panico, crisi di pianto e depressione ma ora soffre – in modo molto diverso, più spirituale, forse più doloroso – anche a causa degli psicofarmaci che lo stanno guarendo. Un pescivendolo che convoca tutta la famiglia per un pranzo per fare un annuncio bomba: molla tutto e va a vivere con un trans. Un clochard che offre sudici foglietti con filastrocche e poesie scritte da lui stesso in cambio di qualche moneta. Sono solo alcuni dei protagonisti delle piccole grandi storie che troviamo nell’ultimo romanzo di Luigi De Pascalis, a bene vedere racconti leggibili anche separatamente, ma incastonati nel un diario dolente di un uomo che ha deciso di riscattare una vita grigia e inespressa cercando finalmente non solo di raccontare il mondo degradato che lo circonda, ma di reagire ad esso. Ecco quindi che il narratore entrerà nella carne di alcune delle storie che racconta, intreccerà la sua vita a quella di alcuni dei personaggi, con conseguenze inattese. Un “neorealismo” – seppure con squarci di sognante lirismo sparsi qua e là – inatteso, per uno dei maestri del romanzo storico e fantastico italiano. E un libro meno lineare di quanto si creda, che nel finale vira sul thriller e si chiude con una disputa teologica che spiazzerà più di un lettore. Il volume è ricco di illustrazioni in bianco e nero opera dello stesso De Pascalis, istantanee di “varia umanità romana” ritoccate al computer.



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