A volte ritorno

A volte ritorno
Dopo una settimana di vacanza passata a pescare, Dio (sì,  proprio Lui, quello della Bibbia) sta per tornare a lavoro. Nonostante il clima da venerdì pomeriggio che aleggia tutti i giorni in paradiso, nell'ufficio del capo tira il vento che precede la bufera. Nostro Signore infatti ha lasciato la terra nel milleseicento (una settimana celeste equivale a circa quattrocento anni terrestri), al culmine del Rinascimento. Leonardo, Galileo, Michelangelo e tutto il resto della banda l'avevano fatto partire tranquillo e convinto che da lì in poi le cose sarebbero andate bene. Scoprire il mondo del ventunesimo secolo lo avrebbe davvero fatto incazzare parecchio. Jeannie, la sua segretaria, gli ha preparato il rapporto degli ultimi quattrocento anni. Quando il Vecchio arriva ha ancora la sua canna da pesca appoggiata sulla spalla. Saluta tutti con affettuose pacche sulla spalla poi prende i fascicoli preparati da Jeannie e si mette subito a lavoro. Dio è un lettore velocissimo, capace di assimilare migliaia di concetti in pochi minuti. Così impara subito: Aushwitz, il Vietnam, le vendite allo scoperto, il burqua, Hiroshima, le frodi immobiliari, l'omofobia (Dio adora i froci). Jeannie lo rivede in pausa pranzo con un whisky al malto in una mano ed una canna spropositata nell'altra (sì, Dio beve e si fa le canne) e sta piangendo come un bambino. Ma gli ci vuole poco per riprendersi e comportarsi da uomo vero. Così decide:  riunione speciale con Pietro, Andrea, Matteo e Giovanni. Davanti ad un tavolo di vetro enorme con una cartina del mondo incisa in superficie ognuno propone la sua. I santi invocano inondazioni, cavallette, armageddon, tsunami,  asteroidi. Ma Dio ha un'altra idea per la testa. Certo, non si può dire che sia originale. Infatti è la stessa che aveva avuto circa duemila anni prima: mandare suo figlio a fare da guida, ad aiutare le persone. Proprio quel Gesù Cristo che nel frattempo si gode il paradiso spezzandosi di canne e strimpellando con la chitarra insieme a Jimi Hendrix...
Il Gesù di Niven è un bel tipo. Capello biondo, occhio ceruleo e sguardo magnetico. Suona bene la chitarra (la suona da Dio, per la precisione), gli piace farsi le canne, non disdegna le belle ragazze e dice un sacco di parolacce. Nonostante questo però non è che sia cambiato molto dall'ultima volta che è venuto sulla terra: un bravo ragazzo era ed un bravo ragazzo è rimasto. Sempre pronto ad aiutare gli altri ed a rispondere con la bontà a tutte le cattiverie del mondo. Il suo problema però è che Niven ambienta questo suo secondo ritorno negli Stati Uniti dei giorni nostri. Un luogo in cui la bontà è considerata follia e l'unico Dio venerato è quello del denaro. Un Gesù del genere non ha vita facile, ed è costretto a dividersi tra le patrie galere ed il vagabondaggio. Per fargli espandere il verbo Niven è costretto a catapultarlo dentro il reality-show più seguito d'America. La satira religiosa incontra la satira di costume e le situazioni esilaranti raddoppiano. C'è anche da riflettere parecchio, però. Il Gesù di Niven (così come suo padre) non ha per niente in simpatia il clero e le religioni in generale, e non risparmia aspre critiche al Vaticano. Le accuse di blasfemia, quindi, pioveranno su questo romanzo da tutte e parti. Eppure, a parte le parolacce e le canne, il messaggio che Niven mette in bocca a questo Gesù è più o meno lo stesso di quello originale. Semplice e chiaro: fate i bravi. Proprio quello che l'umanità ha dimenticato di fare ormai da secoli. Anzi, non ha mai saputo fare.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER