Vorrei che tu fossi qui

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35.000 anni prima della nostra era: il mondo non ha parole. È una distesa di conifere al cui interno uno speranzoso brulicare di vita non ha parole per raccontare la propria bellezza. Quel mondo non ha parole perché nessuno ha dato un nome a quegli esseri viventi e non che lo abitano. Tra quelle forme di vita manca l’osservatore, qualcuno che ne percepisca dentro di sé i cambiamenti e le evoluzioni e che sia in grado di testimoniarli e raccontarli, da autentico cronista di quell’epoca delle origini. La stirpe dei Seicento, la prima a osservare e a narrare del nuovo mondo, ha viaggiato nel tempo e nello spazio, cogliendo l’attimo giusto per catturare un momento evolutivo decisivo … Anno 2018 della nostra era: la professoressa Rogers dell’Università di Canberra crede fermamente nel principio antropico e per spiegarlo ai propri studenti parte dai Greci, i quali consideravano l’universo alla stregua di un grande organismo le cui componenti avevano senso solamente in relazione a un tutto. È l’esistenza umana a spiegare il principio antropico e per dimostrarlo la professoressa non esita a dare fondo a tutto il suo repertorio per sorprendere e convincere i suoi studenti che, alla fine di ogni lezione, rimangono meravigliati e stupiti… Anni Sessanta: i ricordi d’infanzia lo riportano alla Dalmazia continentale, alla scuola di Jagoda e ad Andrej, l’amico che non temeva né le ombre della foresta né la fama del narratore di figlio dell’uomo che parlava agli animali…

Il poliedrico Sergej Roić, che nelle sue molteplici incarnazioni è scrittore, giornalista, insegnante e appassionato di tennistavolo, ci regala un romanzo impegnativo e di difficile lettura, scrupolosamente confezionato e capace di mettere nello stesso calderone filosofia ed evoluzionismo, memoria storica e Pink Floyd, paleontologia e fisica nucleare, e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è parzialmente riuscito, in quanto anche il meno accorto dei lettori può rendersi conto del certosino lavoro dello scrittore svizzero di origini croato/jugoslave, ma allo stesso tempo una tale densità di concetti, ambientazioni e salti temporali non aiuta la scorrevolezza della lettura. L’impegno è tuttavia notevole, e le suggestioni kantiane di sistematizzare tempo, spazio e universo non possono non affascinare, seppur con l’andamento elefantiaco del mix tra opera filosofica e romanzo postmoderno. Passato, presente e futuro si intrecciano in personaggi che, in pieno atteggiamento socratico, sono alla ricerca di qualcosa consapevoli delle proprie mancanze, siano esse risposte di natura scientifica, artistica o storica, ma capaci comunque di dare senso a una vita intera in cui l’uomo, essere senziente va in cerca della propria vera o presunta esclusività nell’universo. Questo ambizioso progetto non fa prigionieri, con l’autore che mesce una bevanda destinata a pochi, una bevanda che probabilmente non è ambrosia ma neanche vino della casa.



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