Vox

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Avete una vaga idea di quante parole pronunciate al giorno? Jean, neurolinguista di successo, lo sa molto bene e non solo per deformazione professionale. Nel mondo in cui vive, nonché in tutti gli Stati Uniti, la frase “auguri e figli maschi” non potrebbe essere più azzeccata: ogni donna e bambina ha al polso un contatore luccicante che limita le parole a un massimo di 100. Il patriarcato si è preso tutto, togliendo la gioia delle piccole cose: niente più post-it su cui scrivere, né libri o favole della buonanotte, né tantomeno donne che lavorano. Seguendo un diktat vittoriano, tra uomini e donne si è creato un abisso difficile da valicare, che sembra quasi corrispondere al contrasto tra giusto e sbagliato, male e bene. Le donne statunitensi perdono tutto, persino la voce per controbattere: sono angeli del focolare, animali da riproduzione e casalinghe perfette che non possono nemmeno permettersi una litigata col marito. Il silenzio genera odio, persino all’interno della stessa famiglia; Jean lo sa bene, tanto che finisce per disprezzare i racconti prolissi dei tre figli maschi sulla loro giornata a scuola. Un caos calmo destinato a scoppiare. Un giorno come tanti, Jean smette di essere solo una pedina e diventa giocatrice: il Presidente in persona ha bisogno di lei per salvare la vita al fratello. Jean si trova così davanti a un bivio: dovrà scegliere se lottare dall’interno o arrendersi al suo mutismo obbligato, a una dittatura che sembra essere capitata per caso…

Christina Dalcher, linguista come l’eroina del suo romanzo d’esordio, è stata in grado di creare un’atmosfera raccapricciante che si snoda per tutto il romanzo, che spinge il lettore a continuare la lettura. Più si prosegue e più si fa strada una domanda che fa venire i brividi: potrebbe davvero succedere una cosa del genere? È proprio questo uno dei valori aggiunti di questo romanzo: l’insinuarsi di un dubbio che si fa sempre più persistente, la sensazione di paura nei confronti di un domani che potrebbe essere simile al mondo visto dagli occhi di Jean. Con chiari rimandi a Il racconto dell’ancella e a come Margaret Atwood prima di lei ha saputo raccontare un futuro in cui le donne sono più un intralcio che una benedizione, Christina Dalcher ha creato un romanzo distopico degno di questo nome. La prosa è scorrevole e la scelta delle parole segue una precisione millimetrica: ci sono rimandi continui al silenzio e allo zittire, primo fra tutti l’incipit del romanzo – “Sono diventata una donna di poche parole”. Un libro che fa riflettere e che rimanda ai vecchi totalitarismi novecenteschi, in cui ogni possibile dissidente veniva subito eliminato. La storia raccontata dalla bocca chiusa di Jean è talmente verosimile da far accapponare la pelle e crea un clima denso di tensione e, letteralmente, parole non dette. Un ottimo esordio frutto di una penna brillante e che senz’altro sa quello che fa. Perché le parole sono importanti e Christina Dalcher le sa usare molto bene.



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