Wölfelìn

Wölfelìn
1176, Legnano. La battaglia vede protagoniste le forze teutoniche di Federico Barbarossa e la Lega Lombarda: lo scopo è il predominio da parte dell’Imperatore su tutti i Comuni liberi della Lombardia. Al suo fianco, un giovane guerriero armato d’ascia conduce le truppe con grande piglio militare e conoscenza del luogo: parla perfettamente il teutonico e gli occhi gli brillano dell’ardore di mille battaglie e, soprattutto, di grande ammirazione per il Barbarossa. Conquistata la fiducia dell’imperatore con pochi ma brillanti interventi di consulenza strategica, Haimo viene preso sotto la cura e l’attenzione del comandante del Sacro Romano Impero Germanico, che lo preserva dal campo di battaglia e lo tratta come il suo più fidato collaboratore. Sul campo di battaglia tra Como e Busto Arsizio, però, Barbarossa subisce la sconfitta decisiva attorno al carroccio creato dagli avversari: sfugge alla cattura non senza difficoltà e si libera dalla morsa del nemico, ricomparendo poi misteriosamente a Pavia tre giorni dopo pronto per una nuova battaglia insieme con Haimo. 83 anni dopo la vicenda ha il suo seguito e la discesa di Federico I di Svevia in Italia costituisce un punto di partenza per Stephan, un giovane del Seprio che ha ereditato l’ascia di Haimo, crescendo con una formazione da guerriero. I liberi Comuni, dopo la battaglia di Legnano, vivono ora il periodo più prospero del Medioevo, tra cambiamenti politici e sociali, mentre la Chiesa riesce a liberarsi dell’ultimo antagonista della propria storia: Federico II, nipote del Barbarossa. L’Inquisizione però avanza e Stephan, supportato dall’amico Gerbert, è costretto a fuggire da Milano per evitare di morire come suo padre, bersaglio della “Ad Extirpanda”, la bolla di Papa Innocenzo IV a favore delle torture nei processi. Così inizia la tragica fuga del giovane tedesco, costretto a scappare e a ricostruirsi, durante il suo cammino, una vita e una famiglia...
Angelo Caimi arriva alla sua opera prima affrontando un tema caldo e dal sapore storico aureo: Wölfelìn è il primo atto di una tetralogia che nasce come romanzo storico e approfitta dei buchi lasciati dalla storiografia al tempo della Crociate per offrire una seconda chiave di lettura. Sfruttando, inoltre, il personaggio di Federico Barbarossa, anteposto a quello di Federico II di Svevia, Caimi trova un pozzo dal quale attingere con facilità sia per tratteggiare la mitologica figura dell’imperatore, sia per la non sempre chiara e attenta riproposizione della biografia dello stesso. Delineando i personaggi con grande attenzione, caratterizzandoli con sfaccettature e profondità psicologica degna di un attento biografo, Caimi arriva a confezionare un romanzo di pregevole fattura, arricchito anche da una spinta verista nel ricostruire gli ambienti, i luoghi e il contesto storico. Lo stesso lavoro di ricerca, che è reso disponibile e aperto a tutti sul sito ufficiale dell’opera (http://wolfelin.forme-libere.it), esalta il labor limae dell’autore, che con un linguaggio raffinato e soventi interventi in lingua tedesca a giustificare alcuni scambi di battuta tra il Barbarossa e Haimo, accompagna il lettore per 600 pagine senza mai annoiare. Non vi sono tempi morti e non vi sono cali di tensione, il che rende Wölfelìn per tutti gli appassionati del romanzo storico una lettura degna e che appassiona. Raccontare il Medioevo attraverso le numerose contraddizioni politiche e religiose e toccare argomenti mai sopiti come l’Inquisizione e la diatriba tra la Chiesa e Federico II non è mai facile, ma per Angelo Caimi questo rappresenta non tanto una difficoltà, bensì una spinta maggiore per realizzare una narrazione dagli intrecci vincenti ed entusiasmanti. La stessa evoluzione di Stephan, protagonista chiamato a rispondere al cammino dell’eroe, è coerente e costante, e attraverso i capitoli avremmo l’occasione di affezionarci a un avventuriero attivo e mai in preda alla corrente. Da segnalare, in chiusura, anche la perfetta riproposizione dei nomi storici delle città che attualmente risultano essere tra le più note della Lombardia: da Como a Busto Arsizio, che rappresentano le due città chiavi del passaggio di Barbarossa nel prologo, fino alle numerose cittadine della provincia di Varese, che ha dato i natali a Caimi stesso: tutte vengono segnalate con delle precise note a pie’ di pagina che arricchiscono, così come le appendici, la meticolosità del romanzo. Un’opera adatta non solo agli accaniti lettori di Valerio Massimo Manfredi o a chi non è mai sazio della Storia medievale, ma anche e soprattutto a chi cerca un’avventura profonda e ben realizzata. Finalmente una degna opera prima.

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