Wall and Piece

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Una strada di Londra, un pezzo di muro, una linea tratteggiata, una forbice a percorrere quella linea, ad aprire uno spazio dove prima non c’era, dove nessuno guardava, su un punto cieco nascosto della città. Scimmie: volano sui missili contro la London Tower, fanno esplodere banane, si moltiplicano indossando il messaggio: “Laugh now, but one day we’ll be in charge” - ridete pure, ma un giorno saremo noi a comandare. Soldati in assetto da guerra sfoderano volti smiley, tenere bambine imbracciano missili, indossano maschere antigas, maneggiano pericolosi ordigni esplosivi; la Monna Lisa imbraccia il lanciarazzi, un facinoroso è in procinto di lanciare una bomba di fiori; una tigre fuoriesce dalle sbarre di un codice a barre; “Mind the crap!” ammonisce in bianco un gradino che porta alla Tate Gallery londinese e all’interno, tra i quadri esposti, ne possono comparire di insoliti: un ritratto d’uomo imbrattato da una torta, una profilo di donna segregato dentro una maschera antigas, un paesaggio di campagna deturpato dalla striscia di delimitazione della scena del crimine: l’invadente-potente tv dei sensazionalismi e dei morbosi. E poi, dietro ogni angolo, in fondo ai muri, intorno ai cartelli che vietano proibiscono impongono mettono in guardia, loro, “odiati, braccati e perseguitati. Vivono in silenziosa disperazione tra il sudiciume. E tuttavia sono in grado di mettere in ginocchio intere civilità”: i ratti, su pezzi di parete dove prima non guardava nessuno…

Banksy, il nome senza volto dietro tante opere-graffito (street art) a Londra, in Europa e negli Stati Uniti. Banksy firmato a stencil, sulla pelle della città, a disegnare, messaggio/manifesto, pezzi di parete che infrangono lo spazio schema urbano d’ordine e controllo. I graffiti sono guardati di sfuggita, disprezzati, condannati a una rapida censura da parte delle autorità, in luoghi quotidianamente soffocati da una congerie di pubblicità martellante tramite altrettanti conformati segnali visivi. Sulla pelle della città, a rompere gli schemi, a farli esplodere dall’interno, servono dunque i ratti, serve il loro movimento vivo e virale. Questo manifesto non può abitare uno studio d’artista, né un museo. Se entra nel museo, è per scardinarne l’ottusa ripetizione quotidiana di biglietto-visite-occhiate a opere che solitamente si ritirano nelle ville di miliardari, magari con uno smiley appiccicato al volto della Monna Lisa. È sui pezzi di parete, sulle strade, vicino ai tombini e ai quadri dell’elettricità, sopra i ponti, là dove i graffitari incidono le proprie frasi, là dove la polizia non guarda perché i cappelli con visiera degli agenti oscurano le sopracciglia (segno di autorità), ma hanno difficoltà a vedere a più di 2m di altezza. Opere in stencil o in spray, opere di pochi minuti sudati, di corsa prima che arrivi la polizia. Opere che domani saranno cancellate. Ma che riappariranno una via più in là. Un muro, un pezzo di muro figurativamente abbattuto, dove prima non guardava nessuno, a restituire a chi passa e a chi controlla un depistaggio, una provocazione o una domanda: cosa stai guardando?

 


 

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