Wil

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Non è per il freddo, né per qualche altro disagio, ma non può farci nulla: è inevitabile infatti che la nevicata improvvisa lo faccia pensare subito alla guerra. Il motivo è molto semplice: il silenzio, la coltre di fissità senza rumori che attanaglia, almeno per un po’, ineluttabilmente, tutta quanta la città. La neve cade fitta dal cielo. È notte. i suoni si amalgamano fino a svanire nel nulla, in una pace ovattata. Uno come lui, si dice, non può, santo cielo, restare al chiuso. Deve uscire fuori. È un azzardo, penserebbe chiunque: adesso esce e come minimo cade e si rompe un’anca, così che poi lo portano all’ospedale Saint-Vincentius dove finisce a letto con le gambe per aria in attesa solo ed esclusivamente a quel punto del trapasso per il tramite di qualche infezione provocatagli da uno di quei numerosi batteri che vengono coltivati nei nosocomi proprio con quel preciso obiettivo. È curioso, si dice, come i vecchi vengano così facilmente contagiati dalla paura altrui, per cui si lasciano rinchiudere negli ospizi dove qualcuno li pulisce, la sera si gioca a tombola e ci si nutre di pappine e minestrine: lui la paura non l’ha mai provata, e non ha certo intenzione di cominciare ora…

La memoria è un patrimonio di inestimabile valore, è senza dubbio la più preziosa delle eredità, poiché infatti se essa non viene conservata, se non resta traccia della storia, ottima maestra a cui, per dirla con Gramsci, difettano però paurosamente gli allievi, si rischia che non ci sia alcun argine a una ripetizione peggiorata di eventi già di per sé nefasti. Il periodo del massimo tragico fulgore del totalitarismo nel corso del cosiddetto secolo breve, ossia il Novecento, è stato trattato in moltissime occasioni, tanto che spesso i testi, sia che si tratti di saggi che di opere più propriamente narrative, che hanno come fulcro tale argomento tendono a dare l’impressione di essere più importanti che belli, di somigliarsi un po’ tutti, meramente e pedissequamente ripetitivi: va dunque ancor più sottolineata la bravura di Jeroen Olyslaegers. Prendendo le mosse da un tempo di cui sembra che sia già stato scritto tutto realizza infatti un’opera dal respiro epico, emozionante, potentissima, a metà tra il Bildungsroman durante l’occupazione nazista del Belgio, — quando un ventenne in cerca di sé e di qualcosa a cui appartenere, Wilfried Wils, poliziotto, aspirante poeta, si lascia trascinare, in balia delle contraddizioni della giovinezza, sia in dimostrazioni antisemite che nelle attività della resistenza — e il lascito scabro, schietto, attualissimo della propria testimonianza di vita di un bisnonno al nipote

 


 

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