Wolf

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Novembre 1939. In questa Europa dalle ceneri della Repubblica di Weimar non è nato il Terzo Reich di Adolf Hitler, ma uno Stato socialista strettissimo alleato dell’Unione Sovietica di Josef Stalin. Gli oppositori – e soprattutto i nazisti – sono stati fatti sparire dai “rossi”, si sono riciclati salendo sul carro del vincitore o sono fuggiti dalla Germania. Tra i nazisti che si sono rifugiati a Londra, nella speranza che prima o poi la Gran Bretagna svolti a destra e dichiari guerra all’URSS per liberare la loro patria, c’è anche un veterano della Grande guerra che si è inventato il mestiere del detective privato per tirare avanti e si fa chiamare Wolf, come era stato soprannominato in trincea. Un giorno il profugo investigatore riceve la visita di una giovane, bellissima ebrea che odora di ricchezza e profumo francese, Isabella Rubinstein. Lui dapprima tenta di liquidarla in malo modo (“Non lavoro per gli ebrei”), ma lei gli sventola sotto il naso un rotolo di banconote grosso così e lui accetta l’incarico: è senza un quattrino e deve pagare l’affitto. Isabella sta cercando la sorella scomparsa, la ricca famiglia Rubinstein è fuggita dalla Germania dopo la Caduta, riuscendo anche a trasferire buona parte del capitale, ma Judith è rimasta indietro, si è addirittura iscritta alla Libera Gioventù Socialista. Quando l’impulsiva ragazza ci ha ripensato, era ormai diventato illegale espatriare e il padre, Herr Rubinstein, ha dovuto organizzare un viaggio clandestino pagandolo a caro prezzo. Solo che è ormai passato un mese e a Londra di Judith non c’è traccia, per cui la sua famiglia è in preda a una comprensibile angoscia. Wolf è sempre più disgustato. Lo conosce, Julius Rubinstein, il potentissimo banchiere: “(…) Uno dei gangster ebrei che si arricchivano sul sangue dei lavoratori tedeschi, prima della Caduta. Quelli come lui sopravvivevano sempre. Avevano abbandonato la Germania come topi in fuga da una nave che affonda e si erano riorganizzati altrove, come grumi di cellule malate”. Il detective privato non si capacita perché i Rubinstein vogliano aiuto proprio da lui. Isabella glielo spiega: a quanto pare l’organizzazione che doveva portare Judith a Londra è fornata da ex nazisti, ex camerati di Wolf, che di quel movimento politico era esponente di primo, primissimo piano. Anzi, a dirla tutta ne era il leader. Allora non si faceva chiamare Wolf, lo chiamavano tutti col suo vero nome. Sembrano passati secoli, ormai…

L’israeliano Lavie Tidhar prende i cliché dell’hard-boiled, li “elettrifica” con scariche di ultraviolenza, scene di sesso estremo ed estetica naziploitation e li inserisce sullo sfondo di una ucronia fascinosa: il risultato è un romanzo dinamitardo, brutalmente politically uncorrect, e non solo perché il protagonista, l’eroe è Adolf Hitler (non è uno spoiler, si capisce dopo poche pagine) ma perché Wolf a suo modo (molto a suo modo) è un romanzo sulla Shoah. Intervallati al plot principale infatti ci sono brevi capitoletti che ci svelano come la storia in realtà nasca dagli incubi di uno scrittore ebreo prigioniero in un campo di concentramento, nella nostra realtà (in inglese il libro non a caso si intitola A man lies dreaming). Lungo il romanzo, che si è aggiudicato il British Fantasy Award, incontriamo personaggi realmente esistiti come Oswald Mosley, leader della British Union of Fascists, e Ian Fleming, creatore di James Bond ma in precedenza lui stesso agente dell’Intelligence militare britannica – oltre naturalmente ai più celebri gerarchi nazisti, e a figure minori ma non meno inquietanti come Ilse Koch, sadica moglie del comandante del campo di stermino di Buchenwald, qui spietata “domina” sadomaso in un locale in cui non esistono limiti. Attenti al lupo. Attenti a Wolf.



 

 

 

 
 
 
 

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