Wonderland

Wonderland

Maggio 1933. Buio in sala. Una musichetta ritmata e una schermata d’apertura in cui Walt Disney presenta una “silly simphony” dal titolo I tre porcellini. Practical pig, Fiddler Pig e Fifer Pig, con il lupo Ezechiele, ci introducono così al diffondersi di una serie di produzioni mediali indirizzate a un pubblico di massa: Wonderland! Raffinatezza compositiva e densità narrativa vogliono incontrare il gusto dei fruitori, vogliono stuzzicarlo e attirarlo, ma sopratutto vogliono rassicurare il pubblico, farlo sentire a casa nell’evasione dell’intrattenimento. Un concetto su tutti mette forti radici nella cultura di massa statunitense: quello di “home”. Al cinema come nelle pop songs, si celebra la home come luogo di rifugio sicuro, come affermazione di validi principi morali. Intrattenimento e divertimento distraggono il pubblico che sempre più ne richiede la fruizione. Poiché fuori dalla porta vive il pericolo della miseria, della degradazione morale, del contagio con zone marginali ai principali e benestanti “universi di sociabilità”, zone che possono sovvertire il potente ordine costituito. Accanto alla pop song c’è l’urlo di sofferenza del blues, sparato dai juke joints dove batte il ritmo della musica afro. C’è il dolore che trasuda dalle righe dei testi di canzoni hillbilly e hard country e folk. Accanto alle correnti della cultura mainstream, si affermano così zone liminali di controcultura, altra e virale, che trova nel blues, nelle fibre di questa musica, un torrente in piena che scorrerà attraverso le metamorfosi controculturali, dalla stagione beat fino al rock e allo straniamento rituale che grande stacco segnò, tra i ‘60 e i ‘70, dal megacorpo mainstream…

Wonderland è terra di meraviglie, di luci colorate e di storie appassionanti, ma è anche luogo di affermazione e di statuizione di un certo preciso potere declinato nelle strutture narrative e nelle proposte mediali con cui la grande industria culturale statunitense segue e guida i gusti del pubblico, procede allo sviluppo di standard cognitivi, normalizzanti, rassicuranti, giocati sul rapporto, si potrebbe così indicare, tra paura del “contagio” (etnico, rosso, etc.) e happy ending: un inevitabile ritorno al fortino da difendere dall’invasione degli ultracorpi-indiani-altri di turno. Dalla Grande Depressione al dopoguerra, dall’emergere di un mondo giovanile inquieto e con precise caratteristiche identitarie agli anni Sessanta e al rock, fino alle derive di fine secolo, Alberto Mario Banti mette in chiaro il dinamico conformarsi della cultura di massa, delle narrazioni mainstream, innervandole con le dissonanti controculture che via via alzano il volume, attirano il pubblico, addirittura, con il rock, si fanno controculture di massa capaci di realizzare raduni di communitas che si oppongono, nelle scelte, nei costumi, nello stile di vita, al sistema di mercato e fruizione imperante. Movimenti opposti che si scontrano ma che anche si inglobano, a formare nuove direzioni crossover che l’autore non manca di individuare, andando a tratteggiare, sopratutto con un notevole lavoro sull’apparato testuale delle diverse produzioni musicali, agglomerati di caratteri e suggestioni in azione, ingabbiati nella rete di senso della mainstream pop culture o in circolo nelle strutture narrative ed etiche della controcultura.



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