Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo

Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo

Nell’agosto del 1969 John P. Roberts e Joel Rosenman misero un annuncio sul “New York Times”, presentandosi come “uomini giovani con disponibilità illimitate di capitale” che “cercano opportunità legali di investimento e proposte di business”. In realtà, la loro offerta era solo un intelligente e un po’ truffaldino escamotage per trovare qualcuno che fornisse loro idee, di cui erano sprovvisti, per utilizzare un fondo economico limitato. A rispondere furono Michael Lang e Artie Kornfield: e dopo qualche incontro e un’intesa quasi immediata, ecco che nasceva inaspettatamente l’idea di un festival musicale, con in origine un nome modesto e, per l’epoca, attuale, come An Acquarian Exposition, prevedendo, nella migliore delle ipotesi, presenze pari a 150.000 persone. Il richiamo all’era dell’acquario era quasi obbligatorio, per l’immaginario hippie di fine anni ’60, e nelle previsioni il tutto si sarebbe risolto come un grande concerto dal sapore vagamente sociale. Invece dopo varie traversie produttive, diversi cambi di location, disdette (tra cui Bob Dylan e i Beatles) e conferme, quello che si verificò da venerdì 15 a domenica 17 agosto 1969 passò alla storia come il più grande raduno pacifico della storia, con un pubblico che sfiorò il mezzo miliardo di persone. Janis Joplin, Joe Cocker, Grateful Dead, The Who: sono solo alcuni tra i nomi che sfilarono, inconsapevoli, nella scaletta di quello che non era un concerto ma un vero e proprio spartiacque culturale e sociale…

Oggi tutti sanno cosa sia (stato) Woodstock, e cosa successe in quei tre giorni irripetibili in quel campo di un allevatore vicino la parte nord dello stato di New York: ma forse pochissimi sono realmente consapevoli di tutto quello che c’era stato immediatamente prima, durante, e subito dopo. Forse non tutti sono consapevoli o addirittura neanche immaginano, finché non si fanno i conti con il bel libro di Evans e Kingsbury, i numeri non soltanto delle presenze, ma di tutto il necessario corollario che gravita intorno ad un evento di queste proporzioni: dalla preparazione logistica alla sicurezza, al trascorrere delle ore sotto la pioggia, fino al cibo e all’acqua necessaria da distribuire a 500.000 persone in un luogo che era pronto e (poco) predisposto per accoglierne 200.000. Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo fa tutto questo: recupera i dati, la storia, i giornali, arriva a illustrare ora per ora, artista per artista, la scaletta delle varie esibizioni con annesso excursus sui diversi cantanti, compie una precisissima e lucida ricognizione partendo da quel famoso annuncio sul “New York Times” ma non si ferma ai fatti. Perché Evans e Kingsbury ricostruiscono il retroterra culturale, politico e sociale, analizzano le varie fasi attraverso le quali un semplice concerto divenne poi, inconsapevolmente, uno spartiacque culturale con un prima e un dopo, e non solo dal punto di vista musicale. Oltretutto, ed è forse il pregio più grande per l’ambito editoriale a cui Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo appartiene, l’apparato fotografico non è di prim’ordine ma di più, su una carta ultrapatinata con pagine di grandi dimensioni che consentono una full immersion negli anni ’60-’70 e oltre.



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