Woody Allen ‒ L’ultimo genio

Woody Allen ‒ L’ultimo genio

Cinema Palladium. Poltrone di velluto verde, centinaia di spettatori comodamente seduti. Si abbassano le luci e, con loro, si spegne anche il mormorio delle voci. Dal buio e dal silenzio si passa trionfalmente alla “magia del cinema”: l’assolo di tromba in Rhapsody in Blue di Gershwin riempie la sala e, contemporaneamente, appare il bianco e nero di Manhattan sullo schermo. Una voce fuori campo afferma di adorare la città. E infine spunta il personaggio, “un tipo magrolino, con grandi occhiali dalla montatura spessa, timido e nevrotico, ma con un talento e un senso dell’umorismo straordinari”. Ladies and gentlemen, ecco a voi Woody Allen. “L’ultimo genio”. Nella sua Manhattan. Con le sue nevrosi irresistibili e l’ironia pungente. Woody Allen nella sua vita, fuori e dentro la macchina da presa, davanti e dietro di essa…

Si apre con questa scena evocativa e decisamente poetica la biografia di Allen scritta dal suo amico Natalio Grueso. Una scena che dà i brividi a tutti gli amanti del cineasta e a tutti gli amanti del cinema. Da quella scena e dalla tecnica narrativa utilizzata, si evince immediatamente che si tratta di una biografia molto soggettiva, in cui il punto di vista del biografo gioca un ruolo molto importante. E lo fa in maniera esplicita, varcando di gran lunga le teorizzazioni sul genere biografico avvenute in ambito anglosassone nei primi del 900 (Virginia Woolf e Lytton Strachey) e ancora decisamente attuali. La scena (così come tutto il libro) è infatti filtrata dal suo sguardo, dai suoi pensieri e dalle sue sensazioni. Fino ad arrivare al momento in cui ci racconta del suo primo incontro con Woody Allen, il quale gli rivelò che la famosa panchina del poster di Manhattan era stata messa lì apposta per il film. Rovinando un po’ la magia della scena ma anche, allo stesso tempo, accrescendo moltissimo la poesia della finzione. In seguito, il libro racconta la vita del regista o meglio ne descrive la personalità. Non si tratta infatti di una tradizionale biografia cronologica e lineare ma presenta il pregio di scomporre il complesso ritratto di Allen seguendo ed esplorando vari nuclei tematici: “Il cabarettista”, “Il comico”, “Il narratore”, “Il cinefilo”, “Il lettore”, “L'esistenzialista” e via dicendo. Un metodo senza dubbio migliore, questo, e più sfaccettato, per ricreare il ritratto di una personalità altrettanto sfaccettata, prismatica e sfuggevole come quella di Woody Allen. Se da un lato, il libro ha l’innegabile pregio di raccontare aneddoti poco conosciuti e di rivelare dettagli poco comuni della psicologia e degli interessi del cineasta, è anche vero che lo sguardo soggettivo dell’amico biografo incappa troppo spesso in una glorificazione (moltissimi i termini valutativi) che rende la biografia troppo celebrativa e agiografica, specie laddove non ce ne sarebbe alcun bisogno. Una biografia, soprattutto, troppo condizionata non solo dal punto di vista del biografo, ma anche dai fatti stessi della sua vita che non hanno nulla a che fare con Woody Allen. Ad esempio, l’incontro del biografo e la sua amicizia con Susan Sontag (inutile e ridondante rispetto a Woody Allen, oltreché prolisso) o la sua conversazione su Marilyn Monroe con Arthur Miller (ricordata, e poi narrata nei minimi dettagli, dopo aver riportato l’incontro tra Allen e Miller, con un collegamento a dir poco labile). Un ego, dunque, che troppo spesso si fa invadente e non permette al lettore di immaginare e di ricreare da solo la personalità e la psicologia di Allen. Tuttavia, il libro, scritto in maniera agile e scorrevole, invita alla lettura, specie da parte di chi ama molto il regista e adora ritrovarsi, attraverso le parole, a camminare ancora una volta per Manhattan. E camminando per Manhattan scoprirà che molto spazio è dedicato al lato più oscuro, esistenzialista, e a tratti nichilista, di Woody Allen. Quel lato che molte persone e molti critici spesso non ricordano, o che non vogliono ricordare.



 

 

 

 
 
 
 
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