Yellow Birds

Yellow Birds
John Bartle è tornato dall’Iraq. È tornato a casa, sulle colline di Richmond, in Virginia, dalla madre. Dorme fino a giorno inoltrato, va a comprare casse di birra camminando lungo i binari della ferrovia, evita i posti in cui c’è la gente, dove la sua persona si esporrebbe a un qualche tipo di giudizio, si nasconde da chi lo conosce. Gli è difficile vivere là fuori. Lo spazio che lo circonda non fa che smarrire i propri contorni e mutare nel paesaggio di Al Tafar, in Iraq, dove i cadaveri grigiastri accompagnavano le sponde dei canali, punteggiando il paesaggio con gli alberi e gli animali: lo spazio dove la guerra viveva, “si nutriva, faceva l’amore e procreava”, quella guerra in cui Bartle si era inizialmente ritrovato per abbandonare responsabilità e spiegazioni, per lasciarsi guidare da altri. Lo spazio e il tempo formano e dissolvono la memoria. Nella memoria Bartle prova a ricostruire il suo compagno Daniel Murphy. Prima di partire per la guerra aveva promesso alla madre di Murph di riportarlo a casa. Il sergente Sterling si era arrabbiato tanto, per quella promessa. Non si promette nulla. Si parte, ci si sposta da una postazione all’altra, si svolgono gli ordini. Si uccide. Si diventa psicopatici per sopravvivere. Non si può promettere nulla. Allora John Bartle torna sulla promessa e su altre parole. È tormentato dal significato di quelle parole che appare e scompare, come Al Tafar nella campagna della Virginia. Il pensiero si fa inafferrabile, il corpo si scolla dal mondo. E il fiume, sia il Tigri o il James, riporta sempre l’immagine – l’ultima – di Murph…
Kevin Powers è stato in Iraq. Ci ha fatto la guerra. Poi è tornato a casa e ha provato diversi lavori. Ha scritto Yellow Birds, con gli uccelli gialli del titolo che alludono a una filastrocca militare americana. In questo libro ha mostrato il territorio iracheno, quello americano e quello interno. Ha mostrato attraverso le parole il Territorio, mettendolo infine a confronto con una Mappa che non né può rendere la consistenza. È nel Territorio, quindi, che si svolge la sua prosa, irregolare e feconda, fatta di luce sensibile e multiforme, tramonti e colori, alberi e sentieri e un paesaggio che gli occhi e la parola con ostinazione tentano di riportare, facendo immancabilmente i conti con l’illusione e il fallimento (la fallibilità fertile del pensiero: “la memoria è per metà immaginazione”). Powers scrive il suo Iraq. Racconta il delirio del suo corpo in mezzo ad altri corpi (amici, colleghi, stranieri-elementi-del-paesaggio) tra il deserto e le città fatiscenti: ciò che la sua mente osserva, percepisce, subisce, riavvolge, proietta e, nel silenzio, osserva. Nel Territorio pulsa l'immagine-ricordo (parole, pensieri, una fotografia effimera) di un amico perduto.

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