Yeruldelgger ‒ Tempi selvaggi

Yeruldelgger ‒ Tempi selvaggi
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Il commissario Yeruldelgger è con il suo amico, il professor Agop Boyadjian, nel cuore del massiccio montuoso dell’Otgontenger, durante il terzo anno di “sciagura bianca”, così come viene chiamato quel lungo inverno polare a cui segue una breve estate torrida. Il professore si trova lì solo con uno yak (di nome Gargantua) per compagnia, a capo di un museo e a difesa dell’ambiente di quel territorio. La presenza del commissario è giustificata da un cadavere ritrovato ad una certa altezza, incastrato in una fenditura della roccia. Yeruldelgger deve però rimandare le prime indagini perché viene prelevato da una Land Cruiser con tre individui degli Affari Speciali a bordo che lo disarmano e lo ammanettano per portarlo a Ulan Bator: qualcuno sta cercando di incastrarlo e lo fa dopo aver ucciso una donna che era un’informatrice del commissario. Ovviamente non gli viene risparmiata nessuna angheria e resta in manette per tutto il viaggio in aereo, in commissariato, nella stanza degli interrogatori e fino a che non arriva il suo avvocato difensore, Ganzorig, uno dei monaci del Settimo Monastero di Shaolin, vere e proprie leggende viventi. Chi li conosceva li temeva, anche perché atterrito dalla loro forza fisica e morale e perché intraprendevano sempre lotte giuste: l’unica deroga a questa legge era che dovessero difendere uno di loro, a costo di punirlo in seguito e sempre più severamente e spietatamente rispetto a quello che avrebbe fatto la giustizia. Ma il commissario è preoccupato per un messaggio del prof. Boyadjian...

Finalmente uno scenario diverso per un poliziesco! Uno scenario sotto certi aspetti proprio inimmaginabile, come può essere la Mongolia, con tutto il suo carico di nevi, ghiacci, cime montuose e spostamenti difficoltosi, senza dimenticare i lupi e le zone impervie. Traffici illegali (anche di persone), criminalità organizzata, delinquenti, ingerenze nell’esercito e nei corpi segreti sono comuni ai polizieschi americani, ma è la “location” che rende particolare il viaggio attraverso le pagine. Secondo crime dedicato al commissario Yeruldelgger dello scrittore Ian Manook (pseudonimo del giornalista e scrittore francese di origini armene Patrick Manoukian). Secondo libro nel quale la squadra è confermata (con l’ispettore Oyun, il medico legale Solongo, compagna del commissario Yeruldelgger e Saraa, i collaboratori del commissariato di Ulan Bator), perché quasi come nel codice sportivo “squadra che vince non si cambia”. Seconda storia che propone un territorio di confine, come la Mongolia, tra Cina e Russia, le sue peculiarità, i riti, i monaci, i suoi misteri, ma anche gli spazi aperti e le lande innevate che a ben guardare sembrano particolarmente adatti a una storia così tanto complessa e ricca di eventi che riesce a sfiancare Yeruldelgger, tanto da farlo diventare odio, rabbia e violenza. Affascinante la leggenda finale e l’esito di un duello all’ultimo sangue. Un consiglio: tenere sempre a portata di mano un caldo plaid perché è facile ritrovarsi immersi in una atmosfera intrigante, ma a trenta gradi sotto zero e il brivido è comunque assicurato!



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