Yeruldelgger – Morte nella steppa

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Steppe di Delgerkhaan, a tre ore di macchina su strada sterrata da Ulan Bator, capitale della Mongolia. Il commissario Yeruldelgger Khaltar Guichyguinnkhen è chinato ad esaminare un triciclo semisepolto nella terra. Solo poche ore prima, di mattina presto, era in città a indagare su tre cadaveri mutilati rinvenuti nel locale per gli impiegati di una fabbrica cinese, e ora questo. Il poliziotto del distretto l’ha fatto chiamare d’urgenza perché la famiglia dei nomadi che ha trovato il triciclo sostiene che c’è sepolto accanto il cadavere di un bambino. Ma non hanno toccato nulla per “non alterare la scena del crimine”. Sono spettatori affezionati del telefilm CSI: Miami e sanno che se si tocca qualcosa si possono cancellare prove importanti. Hanno la parabola sulla yurta, loro. Ora sono tutti accovacciati accanto a Yeruldelgger, tranne il poliziotto – che afferma di non avere il coraggio. Con il loro aiuto il commissario mongolo dissotterra il corpicino di una bambina bionda: ha il pugno contratto in un gesto che Yeruldelgger spera sia stato più di rabbia che di terrore. I nomadi avvolgono il cadavere in un panno rosso, come vuole la tradizione. Il nonno della famiglia raccomanda al commissario, che si accinge a ripartire per Ulan Bator: “Quando sarai laggiù offrile una culla decente. Fa’ tappezzare di verde il fondo, affinché riposi come sulla terra della steppa, e l’interno del coperchio di una stoffa azzurra come il cielo sulla pianura”. È molto probabile che la bambina non fosse mongola, prova a spiegare Yeruldelgger. “Lo so, ma è morta qui ed è sola”, ribatte il vecchio. “Perciò adesso è una di noi, e spetta a te prendertene cura. (…) Ora la sua anima è con te”. Tornato nella capitale, il commissario trova ad aspettarlo il caso dei tre cadaveri cinesi. Tre corpi nudi, con la fronte bucata da una pallottola, torace ventre e schiena tagliuzzati (presumibilmente con un taglierino), genitali strappati via e introvabili sulla scena del delitto. Uno dei tre ha anche un manico di scopa infilato nel retto. Secondo Yeruldelgger le mutilazioni sono state inflitte post mortem. Ma quale diavolo è il movente?

A più di sessant’anni Patrick Manoukian, parigino di origine armena, esordisce nel noir con lo pseudonimo di Ian Manook (una sorta di scherzoso anagramma del suo cognome). Il suo poliziotto cupo, solitario e tormentato da un passato di immenso dolore sarebbe un cliché hard-boiled se non fosse per il nome quasi impronunciabile e l’ambientazione assolutamente inedita (scelta per motivi legati alla sua vita familiare e “perché nessuno ci aveva pensato prima”) in cui lo scrittore francese lo fa muovere. La Mongolia di Yeruldelgger – da poco liberata dal giogo politico sovietico, del quale conserva le tracce in una raggelante grandeur architettonica – è un Paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di abitanti, dei quali circa il 40% vive in una sola grande città, Ulan Bator. È un Paese che per decenni è stato costretto a rinunciare a tradizioni antichissime e oggi continua a vederle minacciate non più dalla smania uniformatrice dei comunisti ma dal mostro della globalizzazione ultracapitalista da una parte e dal neoimperialismo cinese dall’altra. Il tetragono commissario mongolo (curiosamente mai descritto fisicamente dall’autore nel romanzo, ma lo si intuisce possente e letale) praticamente non ha una famiglia: sua moglie e una figlia sono state uccise anni fa, la figlia rimasta è una punk tossica che lo tratta come un nemico. Yeruldelgger ha una stranissima storia d’amore del tutto casta con Solongo, il medico legale della Omicidi di Ulan Bator, donna bella e fieramente tradizionalista, che vive in una yurta che ha piantato in un pratone desolato del quartiere più malfamato della capitale mongola, e viene simpaticamente corteggiato dalla sua vice, la giovane ispettrice di polizia Oyun. In questo romanzo pluripremiato in Francia – primo di una trilogia – si trova a fronteggiare violente pulsioni nazionaliste, incredibili gruppi neonazisti mongoli e un mistero che affonda le sue radici nel passato. Lo fa a suon di cazzotti, di atti di insubordinazione contro i suoi ottusi superiori, di intuizioni geniali e di sano, sbrigativo mestiere.



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