Yes we can. Yes we did

Yes we can. Yes we did

L’avv. Barack Obama è stato il primo presidente afroamericano USA e, in tempi non sospetti, fu riconosciuto come tale dal senatore, suo collega, Edward Kennedy. La moglie Michelle, altro avvocato, l’ha affiancato con capacità e intelligenza. Hanno entrambi tenuto il discorso presidenziale di commiato, tradizione americana che risale a George Washington, ma mentre lui ha ripercorso i due mandati, a partire da quel “Yes, we can!” della sua prima campagna elettorale, la ex first lady ha trasformato il tempo trascorso alla Casa Bianca nella grande avventura di una donna. Nelle parole di Michelle, i giovani e le donne, le lodi ai collaboratori, i valori e il commiato è diventato festa, un momento in cui ridere e fare battute, ma soprattutto ringraziare tutti, perché si è guardata bene dal parlare di politica, per non sovrapporsi, con estrema intelligenza, al marito. Otto anni di lavoro, invece, per Barack Obama, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, con un andamento positivo evidenziato dal decremento delle percentuali di disoccupazione e dai record dei mercati azionari, la crescita economica e la diminuzione della povertà, ma al tempo stesso con un richiamo alla consapevolezza che non basta questo, si deve perseverare, dar vita a un nuovo patto sociale, creando opportunità per tutti e che il senso di servizio non serve a prendersi meriti, ma a migliorare la vita delle persone. E sul processo di integrazione razziale: “Non siamo ancora arrivati dove dovremmo. Tutti noi dobbiamo fare di più”...

Lo confesso: c’è sempre un pizzico di invidia ogni volta che si sente (o si legge) quel “God bless America”. Un senso di appartenenza e di patria che, senza disturbare Oriana Fallaci che pur l’aveva descritto così bene, in Italia non abbiamo più. E Barack Obama (ma anche sua moglie Michelle) ha dimostrato un attaccamento agli USA forte, così come il suo concetto di libertà, di modernità, di futuro. In questo piccolo saggio, che contiene, attraverso due discorsi e qualche commento, tutto quello che sono stati gli otto anni con questa coppia americana, le loro scelte, l’impegno e perfino i loro sorrisi, vengono inseriti anche il rilancio di valori forti e fondanti che fanno parte (o almeno dovrebbero) dell’intera società occidentale (dire “umanità” forse sarebbe sperare troppo). E’ come se, proprio attraverso le parole di commiato del presidente e della first lady, si avesse il sunto di ciò che hanno posto alla base del loro operato, una sintesi perfetta di un lungo periodo di storia moderna. Entrambi hanno deciso di salutare gli americani, ma non come un congedo, né come un arrivederci, ma come un “rientrare nei ranghi”, ritrovando il loro ruolo di cittadini, tant’è che Obama ha usato sempre il “noi”. Chiude con un “grazie”, Michelle, aggiungendo: “Essere la vostra first lady è stato l’onore più grande della mia vita. Spero di avervi resi orgogliosi”. Non dimentica sostenitori e attivisti, Barack Obama, “i migliori che si potessero desiderare” ai quali è grato, “perché voi avete cambiato il mondo”. E senza dimenticare che deve questi anni agli americani, invoca, appunto, la benedizione di Dio sugli Stati Uniti.



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